Politiche scolastiche: le discese ardite e le risalite
di Carlo Mari---13-04-2018
Interessantissimo quanto rilancia col suo intervento Alberto Galanti relativamente alla scuola (L’Italia è una nazione a rischio?); ma anche sconfortante, se guardiamo appunto allo stato attuale dell’istruzione, in Italia e non solo. Eravamo nel 1981 e il Governo Reagan si mosse in quel modo forte per affrontare la questione “istruzione”. E splendidamente aggressiva risulta la frase citata da Alberto, tratta dal documento Reagan sullo stato dell’istruzione americana: “Se una potenza nemica avesse tentato di imporre il livello mediocre dell’istruzione che c’è oggi, lo avremmo considerato come un atto di guerra”. E Governo e Congresso americani intervennero sul problema. Da allora ci son stati, a dir poco, altri due o tre grandi interventi internazionali sulla istruzione che mette conto ricordare. Appunto quello, citato da Alberto, dell’OCSE nel 1992, che fissava indicatori internazionali per qualificare i livelli di istruzione. E poi notevolissima, la cosiddetta “strategia di Lisbona. Nel marzo del 2000, a Lisbona, il Consiglio Europeo adottò l’obiettivo strategico della società della conoscenza: 'diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale'. Nelle conclusioni del vertice di Lisbona, capi di Stato e di governo affermarono il ruolo strategico di istruzione e formazione per lo sviluppo e incaricarono il Consiglio europeo della Istruzione di avviare una riflessione valutativa, annuale e per un decennio, sugli obiettivi concreti futuri dei sistemi d'istruzione, tenendo conto di preoccupazioni e priorità comuni. Si sottolinea: comuni.

E poi nel 2001, ancora negli USA, governo Bush e ministro dell’Istruzione Margaret Spellings, venne varata un’altra grande riforma del sistema scolastico, la NCLB “No Child Left Behind”. Nome stupendo per una legge, con quella idea di nessun bambino lasciato indietro! E allora? Intendiamoci: non siamo all’anno zero. Progressi nei sistemi scolastici internazionali son stati fatti, Italia compresa. Una lettura apocalittica non aiuta a capire. Gli standard di Lisbona, da conseguire entro il 2010 in tema di riduzione dell’abbandono scolastico e di tutela degli standard formativi, anche per giovani studenti svantaggiati per cause varie, hanno sortito effetti, pure in Italia. Personalmente rifuggo dalle analisi catastrofiste. Ma non si può certo dire che la situazione dell’istruzione sia soddisfacente e non mostri oggi criticità e crepe gravissime, che in molti casi non solo contraddicono, ma stravolgono le buone intenzioni di quelle leggi o di tante riforme. Prendiamo il caso della Riforma Spellings. Nessun bambino lasciato indietro, e l’esito è stato un tracollo di credibilità della scuola pubblica statunitense, con i singoli Istituti a caccia di standard adeguati per ottenere i finanziamenti federali (a caccia di standard verificati con test, divenuti così vero obiettivo didattico delle scuole) e molti Istituti, i più bisognosi di aiuti perché svantaggiati, abbandonati a se stessi per standard non raggiunti e finanziamenti azzerati. Altro che nessun bambino lasciato indietro: istituti scolastici interi lasciati indietro. Se leggiamo il testo della Legge Spellings, sulla carta sembra non fare una piega. All’atto pratico, una vera eterogenesi dei fini. Tanto che la Amministrazione Obama ha tentato di apportare correttivi. Tutti ancora da verificare. E con la Amministrazione Trump già pronta a farsi la sua riforma della scuola. Riflessioni analoghe induce l’analisi prospettica degli interventi OCSE e della splendida strategia di Lisbona. E l’Italia con la sua scuola sta esattamente dentro questo scenario, di slanci progettuali alternati a delusi risvegli: di salite e discese. E allora? Intendiamoci, risposte a questo problema della qualità dei sistemi scolastici non son riusciti a darle governi, organizzazioni internazionali, politici, pedagogisti: figuriamoci se mi sogno di darle nella mia dimensione di piccolo cittadino e piccolo lavoratore della scuola italiana: ci mancherebbe. Alcune ipotesi si possono però avanzare per amor di dibattito fra di noi e per desiderio di orientarci nello scenario. Se ottimi, o addirittura eccellenti studi e atti legislativi, di varia origine politico/culturale, conservatrice o progressista (“NCLB” fu addirittura varata dal Congresso con voto bipartisan, repubblicani di Bush e democratici di Ted Kennedy) non hanno sciolto alla radice alcune criticità drammatiche del moderno sistema di istruzione, possiamo dedurne legittimamente (almeno come tentata riflessione) alcune domande.

1) Leggi illuminate sulla scuola e loro esiti negativi socialmente e culturalmente: ma non sarà che la scuola è talmente espressione strutturale ed antropologicamente diretta della società civile che è illusorio pensare di riformarla senza che contestualmente si muova il quadro valoriale, etico-civile e dei costumi della società stessa? Ad esempio, si può pensare, quasi alla fine del secondo decennio del Duemila, di riformare con successo la scuola senza contestualmente incidere anche sugli agenti di formazione altri rispetto alla scuola? E senza ridare credibilità e autorevolezza alle istituzioni in genere nel loro rapporto coi cittadini? Per intendersi, la strategia di Lisbona è stato uno dei momenti più alti e lucidi delle elaborazioni della Unione Europea. E fino al 2010 risultati (Italia compresa) li ha prodotti, anche in termini di visone della scuola. E poi? Può incidere oggi una strategia dell’istruzione e della conoscenza della Unione Europea, quando l’Unione stessa è rimasta priva di credito in Europa? e lo dico da europeista convinto e appassionato!

2) La NCLB Spellings/Bush ha un testo bellissimo: e a distanza di un quindicennio la scuola pubblica americana è ai minimi storici di efficacia e credibilità. Peraltro la percentuale di homeschoolers è aumentata a dismisura in USA. Altro che rischio di privatizzazione della scuola pubblica, preoccupazione – ossessivo/compulsiva? - della sinistra nostrana. Siamo al rischio di descolarizzazione tout court (teoria che, del resto, ha avuto ed ha in USA e in Europa non pochi teorici e sostenitori). E allora ci domandiamo: ma non sarà che pensare di valutare la scuola, chi ci lavora e chi ci studia, con sistemi da statistici e da aziende produttrici di automobili o di frigoriferi, non funziona? Si badi bene: non sto sostenendo la non valutazione o la non valutabilità della scuola, come sistema e come singoli. Questa è una linea che francamente lascio a chi nella scuola o non ha fiducia in se stesso o pensa solo a propri piccoli opportunismi o privilegi: e così gioca al ribasso. Sto pensando piuttosto che se, come classe dirigente, teorizzo e legifero l’innalzamento dei livelli di istruzione per tutti i discenti e tutti gli Istituti ed ottengo come risultato l’abbassamento degli standard di tutti i discenti e creo Istituti di serie A e Istituti di serie B, forse erano giuste le finalità ma sbagliati gli strumenti. E se l’errore fosse quello di continuare a considerare la scuola come una organizzazione come tutte le altre, invece di considerarla per quello che è, una organizzazione atipica? Una comunità educante a forte strutturazione organizzativa, ma a legami interni deboli (laddove “debole” non sta ad indicare un difetto, bensì un connotato e forse un pregio), in quanto fondati su una relazionalità intellettuale che postula: a) forme di leadership educativa e di autorevolezza e non di autoritarismo e/o burocratismo; b) criteri valutativi sofisticati, complessi, articolati e non meccanici, riduttivamente statistici e puramente fotografici. Si dirà: è impossibile, matematicamente. Ma non siamo nella società degli algoritmi? In tal senso niente è impossibile, a condizione di volerlo e di …. investirci.

3) Non sarà che le classi dirigenti elaborano “volando alto”, e poi non investono coerentemente con quanto teorizzano? Per gli USA direi di no. Per la NCLB lo Stato investi molte risorse, ed evidentemente c’era qualcosa che non andava nella legge stessa. Ma per l’Italia? Sarei tentato di dire sì. Tante riforme nell’ultimo ventennio, e di fatto mai la scuola praticata come priorità strategica se non nelle declamazioni preelettorali. Non voglio assolutamente essere qualunquista; di qualunquismo il paese non ha davvero bisogno, perché ne assume già dosi massicce ogni giorno. Ma guardiamo ai bilanci dello Stato della seconda, ed anche della prima Repubblica, e vediamo se qualcuno ha avuto davvero il coraggio politico di dare priorità alla istruzione. Ma davvero, e non col braccino corto o con i paragoni di comodo con chi ha governato prima ed investito di meno. Cioè anche sacrificando - con valutazione selettiva delle priorità - altri settori, viste le ristrettezze di risorse dello Stato. E guardiamo al rapporto PIL/spesa in istruzione, in confronto a quello europeo ed extraeuropeo; e guardiamo al rapporto interno alla spesa per istruzione, fra spese produttive e spese disfunzionali o da assistenzialismo al ribasso. E guardiamo anche alle posizioni nelle graduatorie internazionali dell’istruzione italiana, sia sul versante degli investimenti di sistema sia sul versante degli esiti formativi. E al diffondersi del cosiddetto analfabetismo funzionale, che ci interroga anche sulla esigenza della educazione permanente (lifelong learning, altro cavallo di battaglia della strategia UE dei primi anni del Duemila). E sì, Alberto, l’Italia è una nazione a rischio: culturalmente. Ma se davvero ci crediamo al ruolo strategico della scuola e della istruzione…… ci vuole una buona dose di spregiudicatezza politica ed elettorale, perché la spesa in istruzione non può dare ritorni immediati in termini di consenso, ma solo differiti nel tempo. Ci vuole coraggio, ed una visione alta e forte di paese e di scuola, rispetto alla quale fare scelte prospettiche ed organiche, anche impopolari: in politiche del personale, riordino dei cicli, riassetto dei curricula, identificazione degli assi culturali, reset di regole, ruoli e funzioni, definizione stabile e aggiornata della governance; a cominciare dalla uscita dalle ambiguità sull’autonomia. Autonomia sì? Allora che sia autentica e responsabile, non asfittica. Autonomia no? Allora si delinei e si chiarisca l’alternativa. Da tutto questo per ora ci stiamo invece allontanando. E sì, anche per scelte politiche troppo difensive e timorose, sovente opportunistiche, quasi sempre contingenti ed incompiute: e la scuola in mezzo al guado, costantemente, da anni. Per un sistema, che deve lavorare sul presente con proiezione al futuro, non c’è di peggio. Chissà, forse basterebbe applicare davvero e fino in fondo la strategia di Lisbona. Ma forse è illusione. O forse questa – mi direte - è solo scorretta semplificazione di problemi complessi. Comunque per dirla con la battuta conclusiva di un grande film (“Le ali della libertà”): “… è emozione che solo uomini liberi possono provare all’inizio di un lungo viaggio. Spero di ritrovare il mio amico e stringergli la mano. Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero”