Essere è tessere
30-09-2019
“Tenendo per mano il sole”. E’ il titolo della prima “fiaba cucita” da Maria Lai per dare apertura a bambini altrimenti chiusi in un vuoto di senso; un quadro di stoffe e legni, e fili, dall’ombra alla luce. E’ anche titolo di una mostra particolarmente originale “in scena” al MAXXI di Roma (19 giugno 2019-12 gennaio 2020), peraltro struttura museale già suggestiva di suo nella propria asettica fascinosa ipermodernità.

Autrice delle opere l’artista sarda Maria Lai (1919-2013). Pittura? Scultura? No, arte. Frutto di ricerca, di creatività assoluta, di contaminazione espressiva, di intreccio di materiali non artistici. Non tempera, non marmo, non colori ad olio, bensì tessuti, filo, lana, legno, terracotta, cartone, pane secco. Appunto, materiali altri, che l’arte abitualmente non sposa. Utilizzati dall’artista in un gioco di richiami, allusivi, suggestivi.

“L’arte è il gioco degli adulti” diceva la Lai (ed è anche il titolo di una delle sezioni della mostra). Giocare e raccontare. Giocare per trasfigurare il reale. E raccontare, nel caso della Lai, come di ogni artista, di se stessi, del proprio vissuto, del proprio conflitto per esistere. E di battaglie la Lai ne ha combattute, nella sua esistenza di fanciulla e di adolescente ribelle, scalpitante rispetto alle consuetudini, ambientali e familiari, e rispetto al normale iter di studi e di apprendimenti. Di giovane figlia e sorella toccata da lutti familiari frequenti e difficili da elaborare. Di donna innamorata dell’arte e desiderosa di viverla come propria dimensione umana e professionale (dalla scelta di frequentare il romano liceo artistico di via di Ripetta, in poi) in un mondo ed in un ambiente fatto a misura d’uomo, resistente – a dir poco - ad aprirsi alla idea di ammettere in scena una artista donna. Battaglie affrontate sempre con le armi della sua terra: la resistenza, la forza, la rocciosità, la testarda volontà di andare dritta per la strada voluta, scelta, amata.

Già, la Sardegna, l’altra grande protagonista della sua narrazione. La terra, a cui si stringeva con un legame ancestrale, arcaico, quasi primitivo; anche attraverso la profonda empatia con due scrittori sardi come Salvatore Cambosu e Giuseppe Dessì. E poi il suo viaggiare, il suo lavorare ed il suo affermarsi fuori casa, a Roma, a Venezia, terre altre rispetto alla sua Sardegna, ma rimanendo sempre profondamente, intimamente sarda.

E poi le suggestioni, vissute e rielaborate, della spinta culturale innovativa dalla metà degli anni Sessanta. E con esse il trovare un senso collettivo ad una tensione artistica soggettiva; il trovare un senso storico e universale ad una tensione artistica locale, regionale.
La ricerca, tanto colta quanto primitiva, della espressività attraverso materiali poveri, di recupero, di risulta: stoffe, bastoncini e legni inariditi come ossi di seppia montaliani, il tutto illuminato da spazi colorati, per lo più geometrici, da far pensare alle composizioni pittoriche e coloristiche di un Mondrian o dell’avanguardia russa. E le suggestioni esplose dal rapporto aspro, infine fruttuoso con uno dei suoi riferimenti artistici, Arturo Martini.
Ma soprattutto un insieme mantenuto coeso dal motivo conduttore, il protagonista di tutta l’opera della Lai: il filo. Filo di lana, di corda, di stoffa; libri cuciti, fatti di stoffa e fili che fanno scrittura e rilegatura, contenuto e format. E quadri che sembrano….telai. E forse lo sono.
Sì perché il cucire è il senso della sua opera. Cucire e ricucire, il titolo di un’altra sezione della Mostra. Cucire e ricucire come metafora della volontà di costruire o recuperare relazioni. Quella relazionalità mai facile per la Lai, come probabilmente per tutti gli uomini e donne della sua terra. Quella relazionalità mai facile nella sua esperienza familiare: anche per scelte sue. Quella relazionalità che è legame, antropologico, con una terra, un ambiente, un luogo, una famiglia, un gruppo sociale.

Nulla di più emblematico di questo profilo della sua opera di quello che lei stessa considerava un po’ il suo capolavoro: il monumento ai vivi, nel suo paese (Ulassai). Scultura vivente, di un paese che per giorni stende un interminabile, avvolgente, trascinante nastro azzurro per legare le case fra loro, i luoghi privati e pubblici fra loro, e dentro…. le persone, adulti, vecchi, bambini. Tutti coinvolti in un immenso gioco, inizialmente mal sopportato, poi compreso e partecipato con la gioia del gioco, connaturato ai bambini; anzi no, connaturato all’essere umano. E infine un intero paese che il nastro sempre più lungo, sterminato lo va a legare alla vicina montagna, metafora vivente, affascinante e terribile, di una natura che incombe, che dialoga con l’uomo, ma anche ci confligge e - se e quando vuole - leopardianamente lo sconfigge.

Eh sì, l’arte è il gioco degli adulti, e il filo è lo strumento principale del gioco della Lai, per ricucire il senso delle cose, il senso di una storia, il senso dell’essere.