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Sapessi com'è strano darsi appuntamento a Milano !
30-10-2019
E così ti capita di andare tre giorni a Milano; un viaggio turistico/culturale, con una comitiva di amici appassionati di arte e del viaggiare, per dare un’occhiatina ad una città (e che città!) e vedere alcune realtà artistiche, a cominciare da Leonardo e il suo Cenacolo.
E poi sarà di nuovo Roma. Nella nostra caotica, sofferente, bellissima Capitale. In parte non più. Non più Capitale? No, non più bellissima. Con le sue ferite e le sue molte rughe, di cui nessuno si prende cura, ma proprio nessuno. Nemmeno noi cittadini romani.

Ma tant’è. Milano ci si presenta con il sole ed un clima primaverile, quasi estivo. Non equivochiamo: sto parlando di fine ottobre 2019!! E poi uno dice che nel clima non sta capitando qualcosa di diverso! E comunque i milanesi, teutonico/longobardi, i termosifoni li hanno accesi ugualmente. Per cui, abbigliamento consigliato per visitare le Pinacoteche Ambrosiana e di Brera: slip e maglietta sbracciata per i signori, bikini per le signore!
E invece no, in generale l’abbigliamento era di classe, a costo di fare una sauna. Donne tendenzialmente eleganti, o almeno almeno sportivo/eleganti; e molto belle, giovani e meno giovani. Uomini, giovani e meno giovani, composti e di aspetto dignitosissimo. Tutte/tutti. Turisti (numerosissimi) compresi.
E sorge spontanea una sofferta domanda esistenziale. Ma perché invece i turisti Roma la visitano con abbigliamenti improbabili e francamente borderline fra il civilizzato ed il selvaggio? Sospetto: ma non dipenderà da come trovano la città? e si adeguano.

Va beh, torniamo a Milano. Tutto oro? Certamente no. Visiti il cosiddetto quadrilatero della moda e fra Via Manzoni e via Montenapoleone incontri settemila e cinquecento homeless, stesi sul marciapiede a dormire, in un drammatico contrappunto con le sfavillanti vetrine di Armani, Chanel o Versace. La loro sofferenza è palese, e non hanno proprio niente di milanese, ma solo di povertà universale, di sventura euripidea, di rassegnata attesa del nulla. E di sera qualche indizio di un profilo cittadino “penalmente perseguibile” si può cogliere. E non mancano i writers imbrattamuri (non parlo di quelli attrattivi da street art). E poi – sia ben chiaro - non abbiamo visto le aree periferiche della città. Quindi niente giudizi avventati, sulla grandezza di Milano. E però già le condizioni dell’area centrale e semicentrale danno evidenti segnali di una condizione di forma che apre alla speranza. A Roma le aree centrali stesse presentano segni evidentissimi di crisi e disaggregazione umana del tessuto sociale. A dir poco.

E l’arte? E la cultura? Certamente l’impressione è che la vita culturale sia viva e qualitativa. La Scala; il Piccolo Teatro di Milano. Già loro sono e fanno storia. Ed emozione. Mostre, spettacoli, musei con allestimenti importanti, monumenti in buone condizioni di manutenzione. E poi viali e palazzi che portano i loro anni con buon decoro. D’epoca e moderni ad un tempo. Come una immagine femminile in un quadro di Boldini o di Tamara de Lempicka. Insomma l’insieme ti dà il senso di un respiro ampio, non asfittico. Un passato importante, un futuro traguardato con occhio attento, un presente non trascurato. Davvero non è poco: la percezione della non casualità, del non fatalismo, della non accettazione del declino, in un’epoca comunque critica, di transizione, fra una storia con identità e tradizioni ed un futuro tutto da scrivere ma con alcune coordinate già tracciate: dalla tecnologia e la sua galoppante evoluzione, nel lavoro, nelle dinamiche relazionali, nell’arte.

Già, l’arte, che abbiamo incontrato con la voglia mai soddisfatta e la esperienza consolidata di chi vive a Roma, che – parliamoci chiaro – di patrimonio artistico ne ha e ne respira dieci volte più di Milano. E mi tengo stretto.

Ma quello che Milano ha – e comunque non è poco – lo valorizza, lo ama come oggi noi a Roma non facciamo.
A cominciare da Leonardo ed il suo Cenacolo, protetto e coccolato per quella fragile creatura che è. Bello, non travolgente, ma è suggestione pura il percorso ad ostacoli e di sbarramento che devi attraversare per arrivare alla sala vinciana. Due, tre porte selettive, vetrate di protezione dall’umidità, dalla luce e dalla folla. Un clima di attesa; eccolo, finalmente arriva. E l’attesa crea la fascinazione, più del dipinto in sé. Un po’ come un sabato del villaggio, che crea emozione infinita, che poi la domenica in parte fa sbiadire. Leonardo, un grande, probabilmente al di là del Cenacolo: anzi, sicuramente.
E poi la Pinacoteca Ambrosiana che, diceva con ironia una amica nel gruppo, una sala - una da sola - della romana Galleria Borghese “se la mangia”. Ma l’Ambrosiana è messa con ordine, gusto e amore e quello che ha di bellezza artistica lo cura e lo valorizza. E così ti ritrovi all’improvviso ad entrare in una sala dal clima soft, i colori tenui, le luci ovattate e ti imbatti nel cartone preparatorio della raffaellesca Scuola di Atene, che a Roma rende strepitose le stanze papali nei musei vaticani. Questo cartone, da poco restaurato ed esposto in un nuovo allestimento realizzato nel marzo 2019, è di proporzioni non lontanissime da quelle dell’affresco, ed è immerso in un clima soffuso, penombra rarefatta, da innamorati dell’arte e della bellezza. E ritrovi il disegno che dà origine ai vari Platone ed Aristotele, Diogene ed Euclide dell’affresco in Vaticano. Ma nell’avana smorzato, nel color cartoncino reso elegante dai tratti appena accennati del disegno, ci cogli subito l’armonia raffaellesca, nel suo farsi, nel suo costruirsi verso la fascinazione piena di uno degli affreschi più intensi nella storia dell’arte.

E poi Brera, il quartiere che ancora offre immagine vera da quartiere degli artisti, degli intellettuali, di gente che ha voglia di vestirsi in modo estroso, non anonimo, e che porta in giro le sue ambizioni di divertirsi ancora un po’, con eccessi che si materializzano in abbigliamenti di effetto, più demodé che futuribili. Ragazze con sgargianti abitini neri (e sì, riuscire ad essere sgargianti in nero rivela personalità e fascino) e donne mature al contrario con colori vivaci (quest’anno andrà molto il rosso, mi confidava un’altra amica del gruppo, divertita – o preoccupata – all’idea di dover aggiornare parte del guardaroba). E ragazzi con abbigliamento elegante nella sua semplicità, e uomini maturi con vestiti un po’ manageriali, da city londinese. Ma anche un po’ longobarda! E i quadri, tanti quadri di pittori di strada, esposti su cavalletti di fronte alla Accademia di Brera. Tele tutt’altro che brutte, ipermoderne. Non sfigurano in quell’habitat, anzi lo rendono vivo e sempre attuale nella tradizione del pittore alla ricerca di notorietà. E magari di un novello mecenate. Che non ci sarà. E poi la monumentale Accademia, con i suoi quadri. Una sfilata di tele enormi, con grande sfoggio di Santi, Madonne, predicatori. Ti intimidisce, non ti affascina, in verità. Li apprezzi, ma senza brividi.
Che – ebbene sì, lo confesso - non riesco a provare nemmeno di fronte ai due o tre capolavori di Mantegna (il Cristo morto compreso); esposti però con grande intelligenza, senza disperdere l’occhio del visitatore, in uno spazio ristretto, a luci soffuse, con un marrone dominante nelle sue varie tonalità.

E poi il salto emotivo. Appare lui, Caravaggio, con la sua bellissima “Cena in Emmaus”. Ma proprio non puoi fare a meno di pensare che di Caravaggio a Roma ne abbiamo ben più numerosi; e soprattutto ben più affascinanti. Il quadro che hai lì, di fronte a te, è bello. Ma ti basta pensare alla Madonna dei Pellegrini e alla Madonna dei Palafrenieri… e, addio, non c’è partita: la “cena in Emmaus” precipita a rango di opera minore.
Insomma mentre stai per arrenderti, confessando a te stesso – e solo ad altri due o tre amici del gruppo, in confidenza, senza farti sentire da altri – che la Pinacoteca di Brera ti sta un po’ deludendo, ecco che giri l’angolo di un corridoio, e ti trovi…. immerso nei brividi. Una saletta con tre o quattro quadri di Canaletto, di autentica fascinazione. E poi un Raffaello, giovanile, ma sempre armonia pura. E un Piero della Francesca intenso e complesso, che follemente ti fa pensare a Picasso. E poi vai oltre, ed ecco che arrivi in un paio di sale nelle quali domina l’Ottocento. E regge il confronto coi capolavori rinascimentali delle prime sale. Anzi, che dico, non regge il confronto… lo vince. Eresia critica, lo so. Ma il fatto è che improvvisamente ti ritrovi con volti amici, che finora però avevi visto solo sui libri. Hayez e Manzoni: sì, proprio lui, nel ritratto più famoso e iperpubblicato della letteratura italiana. E poi niente di meno che “Il Bacio” di Hayez. Roba da emozione autentica.
Un capolavoro della pittura? No. Capolavoro del nostro immaginario collettivo? Sì.

E a fianco, due quadri non grandi, a dir poco deliziosi di Girolamo Induno, pittore importante, ma che certo non è Tiziano. E nemmeno Monet. E’ solo Induno, ma quella ragazza seduta sul letto nella sua stanzetta, in un’atmosfera che trasuda semplicità, ed anche povertà, ti dà brividi veri. E’ facile – forse – dipingere col rosso, il verde, il dorato, ma dipingere in grigio (non il colore, ma l’atmosfera, intendo) è altra cosa. E’ poesia autentica. Eppure è solo Induno, che molti magari conoscono più che altro per il Palazzo degli Esami, che a via Induno in Roma ha accolto per un tempo immemorabile schiere di candidati ai concorsi più vari, alla ricerca di un lavoro: merce sempre più rara.
Ebbene sì, Hayez e Induno i brividi me li hanno trasmessi. Lo dico sottovoce, per non farmi sentire dagli esperti. Ma che volete, le emozioni sono molto esistenziali. Tanto. Forse troppo. Ma tant’è. L’importante è viverle.

E poi percorri altri ampi corridoi e al centro trovi bacheche a vetri con dentro, giustapposti in un ordine poco appariscente, piccoli gioielli di Morandi o Georges Braque, messi lì con non chalance, così come noi possiamo affiggere dei poster alle pareti di casa nostra. Eppure Brera ai pittori moderni dovrebbe essere più grata, e più legata, perché il clima di tutta la zona è da quartiere degli artisti, vivo e pulsante di presente.
Insomma salutiamo l’Accademia, alla fin fine con nostalgia e comunque con gratitudine. Bellezza ce ne ha offerta; e brividi pure.

Così come il “tram vintage” con il quale i più tenaci del gruppo percorrono, ormai a notte, un po’ di strade cittadine, al voltar del giorno, fra la domenica vacanziera e il lunedì milanese della ripresa del lavoro. Ma quanti tram ci sono a Milano? Tanti, ma proprio tanti. E di nuovo sorge spontanea la domanda. Ma perché a Roma sui mezzi pubblici da strada ferrata ci puntiamo così poco? Sono utili, pratici, e sono pure belli, e – forse – pure ecologici. Mah.

E mentre si rientra in albergo il pensiero torna ad un momento chiave della nostra gita milanese. La visita al Castello Sforzesco. Fascinoso di suo. E quella Pietà Rondanini michelangiolesca, che forse non sarà bella quanto la Pietà in San Pietro (anzi, certamente non lo è), ma che ti trasmette una idea sofferta della decadenza umana, dell’invecchiamento, del cedimento del corpo…. ma non dell’umanità, del pensiero, della creatività di un artista che grande fu da giovane, e grande fu da vecchio. Grande anche perché portatore di quanto c’è di più autentico e di più comune in ogni essere umano: la contraddizione. Sofferenza e voglia di vivere, piacere e dolore.

E poi di nuovo Leonardo. Dipinti, decorazioni… e lui, in persona, in un video suggestivo interpretato da un attore che ben lo rappresenta, coi suoi progetti e le sue delusioni, in compagnia dei suoi aiutanti, del suo mecenate, e di dame decedute troppo giovani e di bambini precocemente orfani.
La tecnologia fa miracoli. E crea emozioni. Non è solo qualcosa di freddo. Può trasmettere brividi, emozioni, suggestioni, che fanno cultura, futuribile ma profondamente, intimamente commovente. Per fortuna la sala è al buio per favorire le proiezioni; ma forse anche per rendere privata, tutta personale, la tua commozione. Infine un commento. Leonardo: se vivesse oggi, con tecnologia e multimedialità ci andrebbe a nozze: sarebbe felicemente iperattivo, e creativo. E probabilmente renderebbe il tutto più umano.

Ed eccoci al lunedì mattina, che ti offre l’immagine della Milano affaccendata, ma vivace, forse più allegra che non la domenica. Beh, si sa, l’empatia fra milanesi e lavoro non è un luogo comune. E noi, invece, in vacanza, andiamo ancora a caccia del bello. Il Duomo, che bello lo è, indiscutibilmente, e autentica icona della città, con le sue guglie e i suoi merletti. La Galleria Vittorio Emanuele, che è bella, ma non più della romana Galleria Colonna, dice qualcuno del gruppo. Ed ha torto. Non è questione architettonica, è questione di quel multiforme vissuto che ci passa dentro, e di quei tantissimi che ci lavorano, fra negozi e ristoranti. Alta moda e buona ristorazione. E ancora tanta gente dall’abbigliamento vario, dal classico all’ipermoderno. Insomma sembra proprio che anche in giorno feriale qui ci sia voglia di prestare attenzione al proprio look. Anche semplice, purché fortemente personalizzato. Mi piace. E di nuovo il raffronto con Roma mi sembra non confortante per la Capitale.
Ultima tappa, ancora un museo. Palazzo Poldi Pezzoli. Confesso, di nuovo: non lo avevo mai sentito nominare. Non vogliatemene, in fondo non sono cattivo. Una meraviglia. Un merletto di museo. Privato, frutto della collezione creata da Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Di tutto, di più: quadri, mobili, gioielli, ceramiche. E l’edificio stesso, col suo cortile di ingresso e la sua scala similchiocciola con guida vellutata in rosso. Un pezzo di storia dentro un palazzo, in molteplici sale neppure troppo grandi. Ma per questo ancor più vere. E soprattutto i quadri. Con una estasiante Madonna con bambino botticelliana. E compreso un Botticelli insolito, con un compianto di Cristo fra le braccia della Madonna, che è figurativamente e strutturalmente caotico, quasi una scomposizione geometrica delle figure che ti fa pensare ad una sorta di cubismo molto ante litteram.
Ed anche al caos della situazione politica italiana, che ogni tanto fa capolino dagli smartphone dei visitatori, con le news giornalistiche. Botticelli e l’armonia. In questo caso, Botticelli e la confusione. Una esperienza futuristica!!

E poi… un sobbalzo al cuore, alla mente. Lungi da te il pensare che nella sala successiva ti troverai di fronte ad un quadro dei tuoi sogni, ad una immagine sempre coltivata nella mente, per la sua eleganza, la sua dolcezza, la sua bellezza. Il sublime matematico kantiano. Ritratto di giovane dama del Pollaiolo. Mai pensato di trovarla nel Museo Poldi Pezzoli - per me sconosciuto. E poi ti accorgi, con ritardo di un’ora, che anzi, di quel museo, è proprio l’icona.
E quel quadro te lo guardi per lunghi, interminabili minuti. E per averlo tutto tuo senza incorrere in reati penalmente perseguibili, te lo porti a casa sotto forma di magnete da attaccare allo sportello del frigorifero. Così ogni volta che entri nella cucina di casa, la vedi, lei, la giovane dama del Pollaiolo. E pensi: però, se ne intendeva il Poldi Pezzoli !!

Poi la capogruppo ti ricorda che parte il treno, e te ne devi andare da lì, da quella sala. E il treno parte, addirittura puntuale, e ti riporta a Roma.
E ti ritrovi sul pulmino NCC, ancora con lei nelle mente, e con il magnete nel borsello!
Finché non ti risveglia la voce dell’autista, che sommessamente dice quello che hai pensato per tre giorni di seguito.
“Cari signori, ma quanto è bella Roma nostra!! E quanto è ridotta male! “

p.s. in un raptus di sfrenata megalomania, chiudo questa lunga narrazione con le parole conclusive dei miei amati Promessi Sposi. “Se questa storia non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta. Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta”








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