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n. 1796   lettori al   08.03.21
L'uomo che duetta con la tecnologia. Sublime
08-12-2020
Esattamente un anno fa postavo sul nostro sito, in questa rubrica, un articolo sulla Prima alla Scala di Milano. Avevano messo in scena la Tosca del mio amatissimo Puccini, con una grande Anna Netrebko.
Dicembre 2019: sembra una vita fa: anzi… lo è.
Non eravamo ancora dentro la pandemia da Covid e non ci aspettavamo davvero quello che stava per accaderci. A noi; e al mondo.
Ieri La Scala ha vissuto ben altra Prima. Senza pubblico, on line, con un ampio video di un paio di ore, fra musica, danza, fotografia, scenografia (con immagini iconiche stupende sullo sfondo) e testi poetici e culturali vari. E immagini del Teatro suggestive: per la bellezza del teatro stesso …. e per il suo essere vuoto.
E sì, perché si è trattato di una Prima senza pubblico; senza l’annesso e connesso dello spettacolo di gala, del gran pubblico, chi interessato mondanamente all’esserci ed apparire, e chi interessato alla propria passione per la musica e per una grande tradizione milanese. E mondiale.

Dico subito che non appartengo alle schiere crescenti di chi sostiene che in fondo la pandemia ha anche i suoi aspetti utili, costringendoci a rivedere abitudini e anche a sprigionare creatività. Di chi sostiene che una videoconferenza equivalga ad una conferenza in presenza; anzi, pure meglio. Oppure che una lezione a distanza (la DaD, sigla orrenda parlando della cosa più bella che esista… la scuola) equivalga ad una lezione in aula. Anzi, addirittura meglio.
Queste sono sciocchezze che diciamo perché siamo, comprensibilmente, sulla difensiva: impauriti dall’avversario forte e sconosciuto.
E’ insostituibile la emozione del corpo, dell’essere fisicamente con gli altri, il gustarsi insieme un’opera d’arte o il discutere de visu di politica o d’amore o di sport: la emozione, la comunicazione della corporeità, dello sguardo, del gesto, dell’atteggiamento. La emozione dell’essere umani.
Ma non appartengo nemmeno alle schiere di pessimisti, che aspettano che passi la nottata, per tornare ad essere migliori. Non saremo né migliori, né peggiori. Ma diversi sì. E la diversità nasce dalla creatività di chi coglie comunque ogni occasione, ogni contesto – spaziale o temporale – per non arrendersi, ma elaborare e creare. E creare bellezza. Che è emozione e comunicazione: dunque, umanità. Cosa che gli esseri umani sono capacissimi di fare. Per carità, siamo capacissimi di fare anche il contrario: distruggere e deprimerci. Ma non solo questo, fortunatamente. Altrimenti la Storia non sarebbe andata avanti, come, nonostante tutto, è accaduto.

Ed una riprova la abbiamo avuta appunto con la Prima alla Scala 2020: in versione pandemica. Uno spettacolo tutto on line con il montaggio di filmati. Montaggio, quindi operazione fatta a tavolino, con esibizioni provate più volte e con la selezione di quelle venute meglio (come hanno raccontato alcuni cantanti impegnati nello spettacolo). E dunque non solo senza pubblico, ma anche senza la emozione della esibizione dal vero, in diretta, laddove è contemplato anche lo sbaglio.
Ed una prova di questo - della bellezza dello sbagliare - la avemmo proprio l’anno scorso quando la Netrebko/Tosca sbagliò una frase in un momento topico del suo duetto con Scarpia. Il baritono Luca Salsi se ne accorse e rimediò, ripetendo anche lui una battuta precedente e consentendo alla soprano di riprendere il filo corretto della narrazione. Un capolavoro di professionismo e di creatività artistica, di cui il pubblico in sala nemmeno si accorse. Ma ce ne accorgemmo in televisione, per lo sguardo in primo piano un po’ perso e quasi infantile della soprano; come un bambino scoperto con le dita nella marmellata. Anzi da quel momento la amo ancora di più. Tutto questo ieri non è accaduto e non poteva accadere, perché il montaggio del video consente di selezionare solo ciò che è venuto bene, senza errori. Ma tant’è, la creatività c’è ugualmente. E’ la creatività del riuscire a progettare un percorso che trasmetta emozione, e lo strumento televisivo o informatico può esaltarlo, con la sua vicinanza, con la sua cura dei particolari e dell’ineludibile primo piano; e con la sua inventiva coloristica. E le potenzialità infinite della tecnologia.

Pensiamo al sublime balletto di Roberto Bolle, uno dei momenti di punta dello spettacolo di ieri (a mio gusto personale, ovviamente). Non c’è diretta in presenza che tenga: quegli effetti speciali, straordinari, allusivi ed emblematici, adrenalinici, del ballerino e del suo corpo che duetta con il laser e la sua luce e i suoi colori, sono un capolavoro indimenticabile. E lo si poteva ottenere solo in quel modo, in video, gustato nei minimi particolari del primo piano. L’uomo che duetta con la tecnologia, entra ed esce dalle proiezioni luminose del laser e finisce con il rimanerne avvinto: non prigioniero, ma partecipe, e protagonista. Un nuovo uomo.
Stupendo, come stupendo è stato il danzare morbido, leggero, quasi impalpabile di quel gran danzatore che è Roberto Bolle. Sostenuto dalla musica altrettanto morbida e impalpabile della Gymnopedie di Erich Satie.

E poi la deliziosa mezzosoprano francese Marianne Crebassa, che canta in un effetto speciale di acqua, ombre e passione la adrenalinica Habanera di Bizet. Certamente ho visto altre Carmen fisicamente più adatte al ruolo, più aggressive, fisicamente sensuali e sessuali, donne fatali, quale Carmen è a tutti gli effetti. Ma la Crebassa è bellissima, cantante e donna di classe, e la sua habanera incanta comunque, aiutata dalla scenografia anche in questo caso resa fortemente suggestiva ed emozionale dalle tecnologie sopraffine sprigionate dalla creatività registica di Davide Livermore.

Ed ancora, meravigliosa la soprano cubano/statunitense Lisette Oropesa, delicatissima, affascinante e struggente nella sua romanza “Regnava nel silenzio” dalla Lucia di Lammermoor che, credo, fosse l’opera scelta per la eventuale rappresentazione “in presenza” di questa prima 2020.

E poi tanto Puccini, da Tosca (un Cavaradossi non in gran forma, devo dire; stranamente questa volta non mi ha emozionato) alla mitica Turandot (sempre la mia opera preferita) ad una travolgente Butterfly, che di solito non è la mia preferita fra le opere pucciniane. Ma questa volta Marina Rebeka con il suo “Un bel dì vedremo” e Riccardo Chailly con la sua meravigliosa conduzione d’orchestra mi hanno travolto. Commozione pura. Davanti ad uno schermo ? Ebbene sì, sarà anche una macchina, ma sprigionava emozione “alle stelle”.

E poi, scusate i personalismi del gusto, ma francamente… se in uno spettacolo così insolito e nuovo, e difficile da far accettare al pubblico che pensa alla Prima alla Scala inesorabilmente nella sua versione fisica e mondana, gli autori hanno pensato a lui, Petr Il’ic Cajkovskij, ed in particolare al “Passo a due” dallo Schiaccianoci… beh un motivo ci sarà!!!! Forse forse non è solo una mia fissazione! Forse è proprio così, di fatto. Ma questo “brano” del famoso – e natalizio – balletto è davvero una delle cose più belle che le arti – le arti tutte – abbiano mai creato nei millenni. Sublime. Ieri ho visto e ascoltato questo “pas de deux”… diciamo… per la millesima volta nella mia vita. Emozione allo stato puro, sempre come fosse la prima volta. Un autentico innamoramento. Come il primo bacio: non si scorda mai! Anche in questa suggestiva, tecnologica versione on line, su sfondo tutto blu, a tinta unita, senza scenografia. Solo musica, danza e colore blu, il colore dei sogni.

Insomma la Scala e Milano hanno fatto una gran cosa. Sì, anche Milano, che da un anno siamo abituati a vedere più che altro come la patria del Covid. E invece è sempre una gran città; di gran classe, che nonostante tutto non si è sbracata, e reagisce sovente con cultura ed arte ai colpi della epidemia e anche dei propri eventuali errori. Che fanno parte comunque del vivere, come dicevo prima.
Credo che la mia amatissima Roma, che invece un po’ sbracata si è (forse anche più che un po’) dovrebbe prendere esempio e reagire; puntando FORTE e prioritariamente su ciò che Lei è - da millenni: culla della cultura e delle arti. Non dovrebbe, non dovremmo mai dimenticarcelo. Per intanto, a Milano…. chapeau.

L’Amministratore Delegato, il regista Livermore ed il direttore Riccardo Chailly al termine dello spettacolo che ha avuto gran successo, anche sui media, si sono affrettati a precisare che questo sarà un unicum, perché il Teatro vuole pubblico: è interazione fra artisti e pubblico. E sono d’accordo. E’ esattamente quello che dicevo all’inizio. E che mi son permesso di esprimere anche in questa rubrica “Coffee page”, con un precedente articolo di luglio scorso, che riguardava una visita alla Mostra di Raffaello. Stessa identica riflessione.

E però non dobbiamo avere paura delle novità. Soprattutto perché è la creatività che non manca. Il tornare a conferenze, lezioni, teatro, concerti, spettacoli in presenza è un desiderio, anzi una esigenza profonda e sacrosanta. Non è negoziabile.
Ma con la capacità, che esiste fra uomini e artisti, di valorizzare e piegare le tecnologie all’arte ed alla cultura, ed alla educazione e formazione – di adulti e giovani – non si deve aver paura di mixare le due cose. Una non esclude l’altra. Un conto è comunicare solo on line perché non ci si può vedere in presenza – soprattutto se in tanti, in una scuola o in un teatro; un conto è aggiungere lo strumento della cultura, della formazione e dell’arte on line al tradizionale ed insostituibile comunicare de visu, corporeo.
Ieri sera La Scala e la Rai questo messaggio hanno lanciato al mondo, e a noi tutti: hanno trasmesso un’opera d’arte. E l’arte è sempre e comunque se stessa: bellezza, emozione, comunicazione. Cioè, umanità.






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