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n. 80   lettori al   23.01.20
IL POETA CHE CERCAVA LA 'VITTORIA'
14-12-2019
Esiste a Roma una piazza di cui pochi, tra gli stessi romani, conoscono l’esistenza. Infatti, se chiedeste a un abitante della capitale di indicarvi dove si trova Piazza della Trinità dei Pellegrini, credo che non molti saprebbero fornire l’indicazione richiesta. E ancora meno numerosi sarebbero quelli in grado di dire cosa rende questa piazza meritevole di essere ricordata.
Piazza della Trinità dei Pellegrini si trova nel cuore della Roma rinascimentale, vicino a importanti monumenti come Palazzo Farnese (sede della più bella ambasciata di Roma; ci torneremo più avanti), Ponte Sisto, via Giulia. Insomma, sarebbe difficile scegliere una posizione migliore.
Sulla piazza si affaccia l’omonima chiesa, che data dai primi anni del XVII secolo, e che ha avuto una certa rilevanza nella storia di questa città. Costruita dall’Arci-confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini, per iniziativa di San Filippo Neri, aveva come missione specifica quella di accogliere e assistere coloro che venivano a Roma in pellegrinaggio. In seguito, il sodalizio rivolse le proprie cure anche agli ammalati bisognosi di assistenza; a tale scopo, la confraternita acquistò vicino alla chiesa una casa da adibire a ospedale-ospizio.

Nel 1849, durante la breve vita della Repubblica Romana, l'ospedale dei Pellegrini divenne la sede del Comitato di Soccorso pei Feriti, sotto la sovrintendenza di tre donne eccezionali: la principessa Cristina di Belgioioso, Enrichetta Pisacane e la giornalista americana Margaret Fuller. Assieme a loro, molte altre donne, a turno, assistevano gli infermi. L'ospedale dei Pellegrini durante tutto l'assedio curò più di 1500 feriti, tra cui il genovese Goffredo Mameli, che vi morì il 6 luglio 1849. Sulla facciata dell’edificio, all’epoca sede dell’ospedale, una targa ricorda la sua morte e quella di “molti altri valorosi”.
L’autore dell’inno d’Italia era stato colpito a una gamba il 3 giugno, mentre combatteva contro i francesi a Villa Corsini, sul Gianicolo. La ferita, apparentemente non grave, si era infettata. Dopo settimane di febbri e dolori lancinanti, avevano dovuto amputargli la gamba. Nemmeno l’operazione riuscì a salvargli la vita: nel giro di pochi giorni Goffredo Mameli morì di cancrena. Quando i suoi compagni si incolonnarono per lasciare Roma (era il 3 luglio 1849), passando sotto l’ospedale dove il poeta agonizzava, intonarono l’inno da lui composto: “Fratelli d’Italia”. Goffredo non aveva ancora compiuto ventidue anni.

Fino a qualche anno fa, nessuno in Italia cantava l’inno di Mameli: durante i campionati mondiali di calcio, per tutto il tempo che durava l’esecuzione dell’inno, i giocatori della nazionale continuavano a masticare le loro gomme americane con gli sguardi persi nel vuoto. I commentatori sportivi, poi, continuavano a parlare dell’imminente partita, delle formazioni, di tattica e di strategia.
Nel libro “La mia generazione”, Giampiero Mughini racconta che, nel corso di una trasmissione televisiva, si era rammaricato del fatto che, mentre i giocatori francesi (metà dei quali di origine straniera) cantavano a voce alta le parole della “Marsigliese”, i nostri calciatori mostrassero tanta indifferenza verso l’inno di Mameli. Una nota soubrette, anch’essa ospite della trasmissione, aveva replicato che quello dei francesi era un bell’inno, nato da una Rivoluzione e perciò degno di essere cantato, non il nostro che era così brutto.
Ora, non ho nessuna difficoltà ad ammettere che il “Canto di guerra per l’Armata del Reno”, meglio noto come La Marsigliese, sia uno degli inni più belli che siano mai stati scritti. E, anche se a me a volte succede persino di emozionarmi quando ascolto il nostro inno, riconosco che il testo risente molto del clima ampolloso e romantico dell’epoca e che il maestro Novaro, autore della musica, non è certo Giuseppe Verdi.
Quello che mi dispiace è che qualcuno possa con tanta leggerezza liquidare il sacrificio di un ragazzo di ventidue anni che cercava ‘la vittoria’ (dov’è la vittoria? Le porga la chioma…), andando a combattere in guerre vere, dove i fucili e i cannoni sparavano e uccidevano sul serio, perché l’Italia fosse finalmente unita e degna del titolo di nazione.
Che poi, noi italiani ben di rado ci siamo mostrati all’altezza di questo titolo e abbiamo fatto di tutto – e continuiamo ahimè a farlo – per essere considerati alla stregua di una “repubblica delle banane” è un altro discorso.
Comunque, in seguito, grazie a Carlo Azeglio Ciampi, a Giorgio Napolitano e anche ad attori e cantanti, gli italiani, compresi i giocatori della nazionale, hanno iniziato a cantare l’inno di Mameli.

Adesso, vi chiedo di attraversare il Tevere e salire con me sul Gianicolo, uno dei più bei punti panoramici di Roma e luogo della memoria per eccellenza. Chissà se nel 1849, quando Garibaldi e i suoi volontari, provenienti da ogni parte d’Italia, si battevano per difendere l’esistenza della Repubblica Romana, hanno pensato che proprio su quel colle un giorno sarebbero state poste le loro statue e i loro busti? Sicuramente, no. Avevano altro a cui pensare in quel momento. Certo è che quella breve esperienza ha rappresentato uno dei passaggi fondamentali del processo di unificazione e il Gianicolo è diventato il luogo dove cercare le tracce di quella pagina della nostra storia.

Non voglio annoiarvi raccontando la storia della Repubblica Romana; basterà qui ricordare che i francesi del generale Oudinot (sì, proprio loro, i figli della Rivoluzione), venuti su invito di Pio IX a “liberare” la città, sono convinti che gli italiani si arrenderanno senza combattere. Sono talmente in errore che ci vorranno più di due mesi di combattimenti e centinaia di morti per riuscire a entrare in città. Per avere ragione dei difensori, il comandante francese ordina dei bombardamenti di tale violenza da provocare la formale protesta dei diplomatici presenti in città. Arriva anche a violare un armistizio, attaccando prima della scadenza del suo termine. Roma resiste come può: le case dove sono asserragliati i difensori sono ormai ridotte a cumuli di rovine; le mura sono divelte dalle cannonate; gli stenti e i bombardamenti hanno sfinito la popolazione. Margaret Fuller in una lettera a un’amica scriverà: “Rome, my Rome, every day more and more desecrated!” (Roma, la mia Roma, ogni giorno sempre più profanata).
Sul Gianicolo la meglio gioventù d’Italia si immola per difendere la città, mentre i francesi smettono di dire che ‘les italiens’ non si battono. Alla fine, vista inutile ogni resistenza, Garibaldi annuncia che lascerà la città con quanti volontari vorranno seguirlo: “Dovunque noi saremo, là sarà Roma e la Patria, in noi ridotta, vivrà”.

Per una di quelle stranezze di cui è piena la storia, Presidente della Repubblica francese nel 1849 è Luigi Napoleone, nipote di Bonaparte, che solo tre anni dopo si farà proclamare imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III (‘Napoleon le Petit’, il piccolo, lo definirà ironicamente Victor Hugo). E sarà ancora lui che, dieci anni dopo, affiancherà il Piemonte contro l’Austria nella seconda guerra d’indipendenza. Passeranno altri undici anni e, nel 1870, si assisterà all’epilogo di questa vicenda: Napoleone III, sconfitto a Sedan dai prussiani, sarà costretto a ritirare i reggimenti lasciati a difesa del Papa. È il momento tanto atteso dal nostro governo: il 20 settembre, dopo una breve resistenza, le truppe italiane entrano a Roma.

Ah, dimenticavo. Ricordate che all’inizio abbiamo nominato Palazzo Farnese, dicendo che ospita la più bella ambasciata di Roma. Alla costruzione di questo splendido edificio - voluto dal cardinale Alessandro Farnese - contribuirono alcuni dei più grandi artisti dell'epoca, quali Antonio da Sangallo, Michelangelo Buonarroti, il Vignola e l’immancabile Giacomo Della Porta. E sapete quale Paese ha la fortuna di avere la propria sede diplomatica in quel palazzo? Ma sì, proprio loro: i nostri cugini d’oltralpe, quelli della Marsigliese, sempre pronti a criticarci e a guardarci dall’alto in basso. Eppure, abbiamo riempito i loro musei con i nostri dipinti, gli abbiamo dato due regine, (quasi) un imperatore e, non molto tempo fa, anche una premiére dame. Ah, questi francesi!

Resterebbe ancora tanto da dire sulla Repubblica Romana. Ci sarebbe da parlare della morte di Luciano Manara, la cui salma fu portata a spalla dai suoi bersaglieri attraverso le strade di Roma, fino alla chiesa di San Lorenzo in Lucina dove si tennero le esequie. Ci sarebbe da ricordare il lombardo Enrico Cernuschi, che, pur giovane, aveva già combattuto durante le Cinque Giornate di Milano e che, ironia della sorte, dopo aver difeso Roma dai francesi, parteciperà alla difesa di Parigi durante la guerra franco-prussiana del 1870. I parigini gli intitoleranno una strada della capitale: Rue Cernuschi. Ci sarebbe da raccontare la ritirata di Garibaldi e dei suoi volontari, la morte di Anita e tanto altro ancora …

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