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n. 159   lettori al   21.02.20
ROMA E LA 'TRISTE VITA'
20-01-2020
Tutti conoscono la Roma degli anni ’60, di via Veneto, dei “paparazzi”, della Hollywood sul Tevere. La città immortalata in un celebre film, simbolo di un’Italia ormai entrata in pieno boom economico, dopo essersi lasciata alle spalle un difficile dopoguerra.
Ma non è di questa Roma che vi voglio parlare oggi, ma di un’altra Roma e di un’altra via Veneto, centro della “triste vita”, un film che – secondo alcuni – andava girato prima de La dolce vita, ma al quale nessuno pensò.

Vi voglio parlare di quando i grandi alberghi di via Veneto, isolati dal resto della città da transenne e da picchetti armati, ospitavano i comandi tedeschi: il tribunale, la polizia, il comando della città. Di quando, in una suite dell’Hotel Excelsior (la stessa che qualche anno più tardi ospiterà gli attori americani) alloggiava il generale Mälzer, comandante militare della capitale. Esaltato dal fatto di sentirsi il padrone assoluto di un milione e mezzo di cittadini si faceva chiamare il Re di Roma.
Di quando, in un altro albergo sempre di via Veneto era alloggiato il comando delle SS e nelle sue camere, trasformate in uffici di polizia, si alternavano delatori, spie, collaborazionisti; sempre lì, venivano portati i partigiani, gli antifascisti, gli ebrei. Ma vi restavano poco: dopo il coprifuoco erano trasferiti in via Tasso, una corta strada in salita situata nei pressi della Basilica di San Giovanni in Laterano, tristemente famosa come luogo di reclusione e tortura. Al numero civico 145 di quella via, in una palazzina di aspetto anonimo, aveva sede, infatti, il comando romano della Gestapo.
L’edificio, di proprietà dei principi Ruspoli, era stato affittato alla vicina ambasciata tedesca per il proprio Ufficio culturale. Dopo l’8 settembre, era stato, però, adattato a prigione murandone le finestre e blindando le porte delle stanze, trasformate in celle; altri locali erano stati destinati a camere per l’interrogatorio e la tortura dei prigionieri. Nel palazzo adiacente erano stati allestiti gli alloggi per i militari e alcuni uffici, fra cui quello del colonnello delle SS Kappler, responsabile dei servizi di sicurezza della capitale, organizzatore e realizzatore dell’arresto e deportazione in massa degli ebrei romani, nonché dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Ma se, come dicevamo all’inizio, la via Veneto del 1943-44 non fu mai oggetto di un film, soltanto qualche mese dopo la liberazione di Roma, gli oscuri locali di via Tasso – ricostruiti alla meglio in un ex-teatro di via degli Avignonesi, nel centro di Roma – ospiteranno la troupe cinematografica di Roma città aperta, capolavoro di Roberto Rossellini nonché manifesto del cinema neorealista.

Esiste un bel libro che racconta la storia della realizzazione di Roma città aperta e di ciò che accadeva nella capitale nei mesi a cavallo tra l’occupazione nazista della città e la sua liberazione. Il libro si intitola Celluloide e il suo autore, Ugo Pirro, è stato un famoso sceneggiatore, autore di tanti film di successo.

In quei mesi di occupazione – racconta Pirro – le abitudini dei romani si erano profondamente modificate; ad esempio, a causa dell’ordine perentorio di lasciare le strade prima di notte, vennero aboliti il passeggio e la vita di caffè. Insomma, fra le cinque e le sei del pomeriggio, la “pigrizia” dei romani, così antica e seducente, spariva. Il coprifuoco li costringeva ad affrettarsi, a correre a casa prima che le pattuglie tedesche bloccassero le strade. E tutti a piedi: non esisteva mezzo di locomozione più sicuro delle proprie gambe, anche perché di tram in giro se ne vedevano pochi. Le stesse automobili erano rare: chi ne possedeva e in più era autorizzato a usarla denunciava, di fatto, la sua collaborazione con l’occupante.

Biciclette, poi, non se ne vedevano affatto. Il veicolo, maneggevole e facilmente occultabile, aveva impensierito i tedeschi, al punto che il generale Mälzer ne aveva proibito la circolazione nell’intento di ridurre la mobilità dei partigiani. È vero che, nella loro ingenua ferocia, i nazisti erano incapaci di adeguarsi all’astuzia dei romani, di comprendere quella filosofia spicciola che permetteva loro di beffarli, rispettandone formalmente le imposizioni. Infatti, se andare in bicicletta era proibito, non lo era andare in triciclo, pensarono i romani; e allora bastava aggiungere una ruota alla bicicletta per restare nella legalità e riacquistare la possibilità di muoversi. Si videro così biciclette arrugginite trasformate fortunosamente in tricicli e, dunque, libere di circolare sotto gli occhi dei tedeschi.

In quegli stessi mesi, poi, a tutte le ore e improvvisamente, i romani, specialmente i più giovani, s’impegnavano in autentiche gare di velocità, allorché i tedeschi bloccavano di sorpresa una strada, uno stabile o un intero quartiere ed effettuavano una di quelle retate che, a detta di Ugo Pirro, altro merito non acquisirono se non quello di suggerire a Rossellini una delle sequenze più famose di Roma città aperta. Per sfuggire a quei rastrellamenti bisognava avere fortuna, buone gambe e riflessi pronti.
Nel film, anche Pina, la popolana interpretata da una bravissima Anna Magnani, correrà, ma non per allontanarsi dai rastrellatori e mettersi in salvo, bensì per inseguirli. In quella scena memorabile, l’attrice correrà dietro ai tedeschi che le stanno portando via l’uomo che ama, il padre del figlio che porta nel ventre. Anche la vera Pina, che si chiamava in realtà Teresa Gullace, era incinta quando i tedeschi in un rastrellamento le portarono via il marito. Andata, con altre donne, davanti alla caserma dove erano stati condotti i prigionieri per protestare e invocarne la liberazione, venne uccisa da un soldato tedesco, per aver tentato di avvicinarsi a una finestra dietro la quale aveva scorto il marito.

La vera ‘Pina’ fu uccisa davanti a una caserma di viale Giulio Cesare, nell’elegante quartiere di Prati, il 3 marzo 1944. La Pina del film, invece, morirà falciata da una raffica di mitra mentre rincorre il camion che porta via il marito, in via Montecuccoli, una strada del Pigneto, popolare quartiere di Roma sud, che in seguito sarà spesso utilizzato come set dai registi. Per gli appassionati di cinema, vale la pena di ricordare che in quella scena (ripresa per fortuna da due angolature diverse) la Magnani cadde troppo presto rispetto a quanto era previsto; in fase di montaggio, si decise quindi di sfruttare sia l'inquadratura laterale sia quella frontale in modo da allungare la sequenza.

Sempre nel film, il personaggio del prete, interpretato da Aldo Fabrizi, fu suggerito, invece, dalle figure di due sacerdoti, impegnati entrambi nel fornire aiuto alla resistenza e, per questo, entrambi giustiziati: don Pietro Pappagallo e don Giuseppe Morosini. Il film fonde in un’unica figura le storie di questi due eroici sacerdoti: infatti, il prete di Fabrizi si chiamerà don Pietro, come il primo, e finirà fucilato, come il secondo, nelle sequenze finali di Roma città aperta.

Don Pietro Pappagallo morì il 24 marzo 1944, insieme ad altri 334 civili e militari italiani nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, compiuto dai nazisti come atto di rappresaglia per l’attentato di via Rasella (una strada vicina a Piazza Barberini) in cui rimasero uccisi 33 soldati di un battaglione di SS. Le 'Fosse Ardeatine', antiche cave di pozzolana situate nei pressi della vecchia strada che da Ardea conduceva a Roma, scelte quali luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, sono diventate un monumento e un sacrario.
Don Giuseppe Morosini venne fucilato a Forte Bravetta (uno dei forti militari di Roma) il 3 aprile 1944: prima di venire legato, benedisse i dodici soldati italiani che formavano il plotone di esecuzione. Secondo le cronache, all'ordine di 'fuoco!', dieci dei militari spararono in aria. Rimasto ferito dai colpi degli altri due soldati, don Morosini fu ucciso dall'ufficiale che comandava il plotone con un colpo di pistola alla nuca.

Due mesi dopo, il 4 giugno 1944, le truppe americane della V armata, al comando del generale Clark, entrarono a Roma, ponendo fine a 271 giorni di occupazione.

A chi fosse interessato a questo “percorso della memoria”, suggerisco di iniziare da viale Giulio Cesare: lungo questa strada, dove ancora oggi sono riconoscibili gli edifici che un tempo ospitavano le caserme, una lapide ricorda l’uccisione di Teresa Gullace. Proseguite fino a Piazza Barberini e, una volta lì, imboccate via Quattro Fontane. Salendo verso via del Quirinale, sulla vostra destra, incrocerete due strade, parallele tra loro: sono nell’ordine via degli Avignonesi e via Rasella. Nella prima si trovava il locale dove Rossellini ricostruì gli uffici della Gestapo. La seconda fu teatro del tragico attentato che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Proseguite ancora per via Manzoni: una traversa di questa strada è via Tasso. La palazzina dove venivano portati i partigiani catturati dai tedeschi esiste ancora; attualmente ospita appartamenti di privati, salvo due piani occupati dal Museo storico della Liberazione di Roma. Se poi siete dei cinefili accaniti o v’interessa vedere una zona di Roma (Pigneto) che non è tra le mete abituali dei turisti, dovete recarvi a Piazzale Prenestino; attraversate via Prenestina e, procedendo sempre dritti, arriverete in via Montecuccoli, dove venne girata la scena dell’uccisione di Anna Magnani. Infine, per visitare le Fosse Ardeatine, recatevi in piazza S. Giovanni in Laterano, dove si trova il capolinea dell’autobus che vi porterà proprio davanti all’ingresso del sacrario.

Sarebbe bello continuare a parlare del libro di Ugo Pirro, che rappresenta una vera miniera di ricordi e aneddoti di una città che si avviava alla rinascita. Rivedere, in tutta la loro umanità, i ritratti di protagonisti e comprimari della felice stagione del neorealismo italiano: Vittorio De Sica che si divideva tra due famiglie; Roberto Rossellini marito e padre affettuoso, ma donnaiolo impenitente; Sergio Amidei fervido sceneggiatore e appassionato comunista. Ma, cari amici, a chi interessano oggi queste persone e questi avvenimenti?

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