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n. 617   lettori al   03.07.20
LA CLASSE OPERAIA NON ABITA A ROMA
27-06-2020
Racconta Sandro Veronesi che, qualche anno fa, la decisione di un importante uomo politico di convocare una riunione di lavoro alle sette e mezza del mattino era stata salutata come una picconata all’ozio e alle comodità che si ritiene accompagnino la vita nella capitale, come se, a quella stessa ora, decine di migliaia di romani non fossero già svegli da un pezzo e non affollassero autobus e metropolitane, oltre che intasare le strade cittadine per raggiungere il posto di lavoro come in qualsiasi altra grande città del mondo. Ma si sa, i luoghi comuni sono duri a morire.
Credo che ad alimentare questa errata percezione della capitale e dei suoi abitanti abbia contribuito, tra l’altro, il fatto che Roma viene vista come la città della burocrazia per eccellenza: una città di ministeri e, quindi, di ministeriali. Anche chi non è dipendente pubblico, lavora per lo più nel settore dei servizi. In effetti, a Roma manca una vera e propria struttura industriale; circostanza questa che la rende diversa da molte altre città italiane ed estere.

Quello che pochi sanno però è che il mancato sviluppo industriale di Roma fu dovuto a una precisa scelta politica che risale addirittura ai primi governi post-unitari. Nel corso dei numerosi dibattiti sulla capitale, su un punto tutti furono sostanzialmente concordi con quanto sosteneva Quintino Sella, e cioè che si doveva “spingere la produzione e il lavoro, sotto tutte le forme, nelle altre parti del Regno”. A Roma, invece, occorreva fare molta attenzione poiché “una soverchia agglomerazione di operai” vi avrebbe costituito “un vero inconveniente”; là dove risiede la direzione politica del paese “non sarebbero opportuni gli impeti popolari di grandi masse di operai”.
Un destino, quindi, segnato fin dall’inizio della storia di Roma capitale e dovuto al timore della classe politica dell’epoca di alimentare – favorendo lo sviluppo di un tessuto industriale e, quindi, di un ceto operaio – manifestazioni e proteste potenzialmente sovversive. E quanto questo timore fosse radicato nelle classi dirigenti lo si sarebbe visto a Milano nel 1898, quando le manifestazioni saranno represse a colpi di cannone dal generale Bava Beccaris.

Mi sono dilungato in questa premessa, per sottolineare il carattere particolare dell’itinerario che vi propongo; vorrei invitarvi infatti a visitare uno dei pochi quartieri di Roma nati con la precisa finalità di dare un’abitazione agli operai: la Garbatella. La peculiarità di questa visita risiede non solo nel fatto di avere per oggetto una zona di Roma trascurata dai normali circuiti turistici, ma anche nel particolare stile delle abitazioni che sono quanto di più lontano ci sia dal moderno concetto di edilizia popolare. Inoltre, vi sono alcune curiosità legate a questo quartiere che, a mio parere, giustificano una visita. Ma procediamo con ordine.

La nascita della Garbatella risale alla fase di grande sviluppo edilizio che ha caratterizzato la storia della città di Roma nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. La sua realizzazione ebbe inizio un secolo fa, in un’area posta nelle vicinanze della via Ostiense e del fiume Tevere, con la finalità di creare per le famiglie degli operai alloggi a bassa densità edilizia e circondati dal verde, secondo il modello sviluppato in Inghilterra delle garden cities (città giardino). Questo movimento era sorto con l’obiettivo di combattere il degrado dei centri urbani, coniugando le comodità della città con gli aspetti sani e genuini della vita di campagna.
In origine, le abitazioni della Garbatella erano costituite per lo più da piccoli villini unifamiliari con giardino e spazi verdi coltivabili. Questa tipologia abitativa è ancora oggi riconoscibile nei lotti più antichi, anche se con l’avvento del fascismo la forma urbanistica del quartiere subì una profonda trasformazione, caratterizzata da una fase d’intenso sviluppo edilizio a scapito delle zone verdi. Com’è noto, la decisione del regime di ridisegnare il volto del centro storico di Roma attraverso l’abbattimento di molti edifici, rese necessario trovare nuove sistemazioni alle famiglie degli sfrattati. La Garbatella divenne uno dei quartieri dove alloggiare le persone senza più una casa: si abbandonò quindi lo schema a villini per costruire edifici più economici e con una maggiore densità abitativa.

La tipologia dei nuovi complessi poteva ancora essere visivamente associata alla casa giardino ma, a differenza del modello inglese originale, prevedeva l’utilizzo di materiali molto economici, era caratterizzata da una notevole velocità di esecuzione (c.d. “casa rapida”) e diminuiva la quantità di spazio verde. Malgrado ciò, va detto che la Garbatella ha conservato una dimensione a misura d’uomo, del tutto dissimile da quei quartieri dormitorio, che sono il segno distintivo di molte periferie urbane. Inoltrarsi per le vie del quartiere alimenta la sensazione di entrare in una dimensione paesana, con piazzette, giardini, orti comuni, l’asilo nido, il cinema-teatro.
Del tutto particolare è anche lo stile architettonico della Garbatella, denominato dagli architetti che per primi lo utilizzarono “Barocchetto” (conosciuto anche come “barocchetto romano”) in quanto – pur nell’ambito di un’edilizia popolare e, quindi, povera – riprendeva alcuni elementi ornamentali tipici del barocco, quali le modanature di sapore medievale, i fregi a forma di figure di animali, l’utilizzo di decorazioni d’ispirazione floreale e botanica.

Una delle curiosità legate a questo quartiere, cui accennavo all’inizio, è quella relativa all’origine del suo nome. La versione più diffusa fa risalire il nome “Garbatella” a una donna e, più precisamente, alla proprietaria di una locanda che si trovava in quella zona, vicino alla basilica di San Paolo. Secondo questa ipotesi, l’ostessa, di belle fattezze e di modi garbati, sarebbe stata tanto benvoluta dagli avventori della locanda da meritare l’appellativo di ‘garbata ostella’ deformato poi in ‘garbatella’.
A corroborare questa versione, è tuttora visibile, impresso sulla facciata di uno degli edifici del quartiere,
un busto a rilievo
di una donna che si dice raffiguri l’ostessa in questione: la figura femminile vi è rappresentata con un seno scoperto, il che parrebbe avvalorare l’ipotesi maliziosa avanzata da alcuni studiosi che le attenzioni della donna nei confronti dei clienti andassero oltre le semplici incombenze di lavoro.
Una seconda ipotesi collega invece l’origine del nome al particolare tipo di coltivazione della vite, detto ‘a barbata’ o ‘a garbata’ (in cui le viti vengono appoggiate ad alberi di acero o olmo), adottata nelle proprie vigne da monsignor Nicolai – ministro dell’agricoltura di Gregorio XVI (papa dal 1831 al 1846) – la cui tenuta era situata nelle vicinanze, sui colli di San Paolo.

Inutile dire che, anche se quest’ultima ipotesi ha qualche fondamento scientifico, la mia preferita resta la versione legata alla gentile e bella ostessa che si prendeva cura (in tutti i sensi, secondo qualche storico malizioso) dei suoi ospiti. Va comunque ricordato che, prima che venisse attribuito ufficialmente al quartiere il nome di “Garbatella”, furono proposte altre denominazioni. Inizialmente, si pensò ad esempio di chiamare la zona “Concordia”, come auspicio di pace sociale, minacciata a Roma nel periodo successivo alla prima guerra mondiale da agitazioni e scioperi e che si voleva ripristinare anche attraverso la costruzione di case per gli operai. Fu solo alla metà degli anni ’30 che il nome “Garbatella”, che si era già imposto tra la popolazione, fu riconosciuto anche a livello ufficiale.

Esiste un ulteriore motivo che contribuisce a rendere speciale questo quartiere, un motivo legato a un personaggio famoso. Mi riferisco a Gandhi, padre della nazione indiana, nonché importante guida spirituale per il suo Paese e non solo. Ma quale collegamento può esserci tra il Mahatma e una zona popolare di Roma?
Tutto ebbe inizio nel 1931, quando il governo inglese invitò Gandhi a Londra per una tavola rotonda sul futuro dell’India: per inciso, la riunione fu un fallimento per le divisioni interne del movimento nazionale indiano, abilmente sfruttate dalla Gran Bretagna per rinviare ogni decisione. Durante il viaggio di ritorno il Mahatma fece tappa in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. Il 12 dicembre arrivò a Roma, dove ebbe un colloquio con Mussolini a Palazzo Venezia e, in quella circostanza, chiese di poter incontrare alcuni rappresentanti del popolo romano. Il duce per accontentarlo lo invitò a visitare la Garbatella, quartiere popolare di recente costruzione e con una impronta architettonica di un certo pregio. Esistono delle fotografie di quell’evento, tra cui una dove si vede Gandhi attorniato da alcuni bambini vestiti da Balilla che egli guarda sorridendo, ma al contempo un po’ perplesso. I suoi biografi concordano nel ritenere che il soggiorno a Roma rese Gandhi ancora più critico verso l’Occidente e, in particolare, verso i regimi totalitari che egli considerava una delle manifestazioni più negative di quella mentalità occidentale, basata sulla guerra e sulla violenza.

Che altro resta ancora da dire? Che la Garbatella si sta trasformando in una zona di tendenza (o, come si dice oggi, trendy) e che nel quartiere - un tempo genuinamente popolare - comincia a farsi largo una certa borghesia sofisticata. Che molti registi amano utilizzarla come set per i propri film e fiction televisive: da Nanni Moretti, il cui film Caro Diario si apre con la passeggiata in Vespa del protagonista per le strade della Garbatella, ai Cesaroni dell’omonima serie TV, il cui celebre bar altro non è che la sede del “Roma Club Garbatella”. Che in questo quartiere sono nati, tra gli altri, Enzo Staiola (il ragazzino di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica), il “povero ma bello” Maurizio Arena e sua sorella Rossana Di Lorenzo, nota per aver interpretato la moglie di Alberto Sordi in più di un film.

A questo punto non mi resta che invitarvi a esplorare questo quartiere, a perdervi nelle sue strade e stradine osservandone gli edifici: sia quelli del primo insediamento, sia quelli del successivo periodo fascista. Ve ne sono diversi degni di nota: le prime costruzioni degli anni ’20, alcune splendide villette, il cinema-teatro con la sua facciata neoclassica, la monumentale scuola “Cesare Battisti”, nonché alcuni notevoli esempi di “barocchetto romano”. E, magari, dopo aver passeggiato nell’accogliente atmosfera di questo quartiere-giardino andatevi a sedere in qualche bar e godetevi una meritata sosta. Un’ultima curiosità: proprio quest’anno si festeggiano i 100 anni della Garbatella, nata - come abbiamo visto - esattamente un secolo fa.

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