Raccolta completa

n. 4708   lettori al   29.06.22
La 'reina del mundo'
27-04-2022
Triste estaba el Padre Santo
Lleno de angustia y de pena
en sant’Angel, su castillo
( …. )
La cabeza sin tiara,
de sudor y polvo llena
Viendo a la reina del mundo
En poder de gente ajena



Così iniziava un componimento poetico che si declamava nelle strade di Spagna all’indomani del Sacco di Roma. Ma quali eventi avevano provocato questa immane catastrofe che, nel giro di pochi mesi, aveva devastato la Città Eterna, lasciandola in ginocchio e con una popolazione dimezzata?

Scomparso nel 1492 Lorenzo il Magnifico, l’Italia era diventata il principale terreno di scontro delle due maggiori potenze continentali dell’epoca, Francia e Spagna. La prima aveva stabilito il suo predominio nel nord della penisola, mentre il sud, isole comprese, era in mano alla seconda. Lo Stato della Chiesa, Venezia e gli altri staterelli italiani si destreggiavano come potevano, alleandosi ora con uno ora con l’altro contendente, in una girandola di acrobazie diplomatico-militari.

Il precario equilibrio di forze tra le due potenze europee si ruppe all’improvviso nel 1519, con l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero di Carlo V d’Asburgo, che si trovò ad ereditare non solo i possedimenti della casa d’Austria, ma, dal ramo paterno, anche la Borgogna e i Paesi Bassi e, da quello materno, il trono di Spagna. Tanta concentrazione di potere nelle mani di uno dei contendenti non poteva non provocare una reazione da parte dell’altro. E infatti la guerra tra Francia e Spagna divampò nuovamente, più violenta che mai.

A ciò si deve aggiungere che i due protagonisti dello scontro non potevano essere più diversi tra loro: Francesco I di Valois pieno di esuberanza fisica e di vigore, bel cavaliere ardito e galante, ma anche astuto, ambiguo e, a volte, fiero mancatore di parola. Carlo V più signore, ma carico di tristezza ancestrale e di malinconia, aggravate dalla disarmonia del viso dalla lunga mascella e dalla sgraziata balbuzie. Due personalità, ognuna a suo modo, affascinanti. Tuttavia, la maestria con cui il secondo gioca le sue mosse, travolgendo o aggirando chi tenta di sbarrargli la strada, non lascia dubbi sull’esito finale della partita.
A complicare ancora di più il quadro generale contribuisce un avvenimento apparentemente non collegato allo scenario politico e militare, ma che invece - generando profonde lacerazioni nel tessuto religioso europeo - contribuirà, forse più di qualsiasi altra circostanza, ad accendere la miccia destinata a far esplodere la crisi che culminerà nella catastrofe del sacco di Roma: la riforma protestante.

Agli inizi del ‘500 le corti di papi e cardinali pullulano di umanisti, architetti, pittori, scultori, orefici, tutti impegnati ad alimentare il mito di una città che mira a ritrovare il suo ruolo di caput mundi, poggiandolo sul fondamento della missione universale di cui si sente investita la Chiesa di Roma. In questa prospettiva, l’antichità classica diviene il modello da imitare, mentre la pompa e lo splendore degli edifici moderni di Roma debbono fornire la testimonianza visibile della avvenuta renovatio Urbis, consolidando nei fedeli la fiducia nell’autorità politica e spirituale della Chiesa.
E’ proprio con questo obiettivo che, all’alba del secolo, si sviluppa a Roma una febbrile attività artistica, prima con l’indomito Giulio II della Rovere e poi con il suo successore, il raffinato Leone X figlio di Lorenzo il Magnifico. Due pontefici molto diversi tra loro, ma accomunati dal desiderio di alimentare il mito della rinascita dell’Urbe. La Roma di Giulio e di Leone è la città di Michelangelo e di Raffaello, il punto di incontro di artisti provenienti da ogni parte della penisola e non solo. Da qui scaturirà quel linguaggio universale, destinato ad imporsi in occidente come modello insuperato nel campo dell’arte.

Certo, per alimentare tutto questo - compresa la costruzione della nuova basilica di San Pietro, definita da Raffaello “la più gran fabrica che si sia mai vista” - occorre una quantità enorme di denaro e per procurarselo si ricorre al fin troppo abusato mercato delle indulgenze. E proprio questo traffico, sempre più mal tollerato, di “condoni preventivi” determinerà la protesta che, a sua volta, darà il via al devastante scisma della Riforma.

Invano Erasmo da Rotterdam aveva lanciato l’allarme, deplorando le assurde manie di grandezza della Chiesa di Roma, la pompa dei cerimoniali e l’ossessione paganeggiante dell’antico. Quando il 31 ottobre 1517, il monaco agostiniano Martin Lutero fa affiggere sulla porta della cattedrale di Wittenberg un elenco di 95 tesi sulla questione delle indulgenze, la corte papale considera l’intera faccenda come una bega di frati da liquidare al più presto. Ma il problema delle indulgenze non è un problema astratto di teologia, che interessa soltanto una ristretta cerchia di studiosi: è un problema che coinvolge tutto il sistema dei rapporti tra clero e laicato; tra una Germania stanca di essere sfruttata finanziariamente e una Chiesa di Roma il cui stile di vita sembra giustificare le accuse di paganesimo e dissolutezza.
Per di più, al pontificato di Leone X - tolta la breve parentesi di Adriano VI, un austero prelato di Utrecht - fece seguito nel 1523 un altro papa proveniente sempre dalla famiglia Medici, Clemente VII, i cui gusti erano ancora più sofisticati di quelli del cugino Leone X. I pochi anni che precedettero il Sacco appaiono, come ha scritto lo storico Antonio Pinelli, “ancor più paganeggianti e spensierati degli anni di Leone”. La Roma clementina, insomma, con la sua “dolce vita” sembra avviarsi inconsapevole verso l’abisso.

Di fronte alla sfida lanciata dalla Riforma, la Chiesa potrebbe in teoria chiedere l’appoggio dell’imperatore ed esigere da lui la testa di Lutero. Ma, d’altro canto, i pontefici si rendono conto che la nomina di Carlo V ad imperatore porta con sé il pericolo di far finire tutta la penisola sotto il giogo austro-spagnolo: di qui una politica incerta ed ondivaga della diplomazia pontificia tra Francia e Spagna. Purtroppo, questa vicenda sfocerà in un doppio disastro. Come ha lucidamente sintetizzato uno dei maggiori storici italiani, Giorgio Spini, la Chiesa di Roma: “non è riuscita ad impedire a Carlo V di diventare imperatore e non ha fatto tacere Martin Lutero. Il resto, compresa la catastrofe dell’Italia e quella dell’unità religiosa d’Europa, non sarà che una serie di conseguenze logiche”.

Ma procediamo con ordine. Nel 1525, a Pavia, gli spagnoli di Carlo V ottengono una schiacciante vittoria sui francesi, decimando le loro truppe sotto il fuoco micidiale degli archibugieri e facendo prigioniero lo stesso Francesco I. Questa vittoria mette in allarme gli Stati della penisola, che reagiscono col tradizionale metodo della loro politica: formando una lega per ristabilire l’equilibrio minacciato. Nel maggio 1526, auspice il re di Francia, viene stipulata una grande alleanza contro l’imperatore, la Lega di Cognac, cui aderiscono tutti gli Stati italiani, a cominciare da Clemente VII insieme a Firenze, Venezia, Genova e Milano.

Le truppe confederate sono fronteggiate dall’esercito imperiale comandato dal Conestabile di Borbone, al quale si sono uniti diecimila lanzichenecchi, provenienti dalla Germania. Si tratta di una feroce e indisciplinata truppa di fanti, in gran parte composta da seguaci della nuova fede riformista, ai quali le infiammate prediche di Lutero hanno inculcato l’odio nei confronti del “papa-Anticristo” e di “Roma-Nuova Babilonia”.
Dal canto loro, gli alleati - incapaci di pensare in termini diversi dal “particulare” - si mostrano ben presto incerti e irresoluti, sempre in bilico tra il temporeggiamento e la tentazione di sfilarsi dal conflitto, lasciando ognuno che la tempesta si scarichi sul campo del vicino. Anche Clemente VII è preso dal desiderio di cambiare cavallo, ma ormai l’esercito imperiale è un fiume in piena, che sfugge al controllo dei suoi stessi comandanti. Tanto i soldati tedeschi che quelli spagnoli reclamano mesi di soldo arretrato e sono affamati: per questo non esitano ad ammutinarsi, respingendo ogni ipotesi di accordo con il nemico. Per inciso, sia Niccolò Machiavelli che Francesco Guicciardini interpretano la situazione con lucido e sconsolato pessimismo, dato che la disunione degli Stati italiani sommata alla doppiezza del pontefice lasciano presagire il disastro.

A un certo punto, mentre il papa continua nel suo ambiguo tergiversare, il Conestabile di Borbone, per evitare che il proprio esercito si disfaccia per mancanza di paghe, decide di puntare su Roma, quasi sguarnita ormai di difensori. Le forze della Lega si rivelano incapaci di trattenere la marcia dell’esercito imperiale, mentre le milizie romane chiamate in fretta e furia a difendere le mura dell’Urbe fuggono alle prime cannonate. Un testimone oculare del Sacco, il romano Marcello Alberini, non esita a dichiarare con disprezzo che quelle truppe improbabili “comparivano più presto atte alle guerre di Amore che di Marte”.
E’ l’alba del 6 maggio 1527: sul Tevere ristagna una fitta nebbia, che impedisce di scorgere le mosse degli assalitori. Nebbia “del vedere” e nebbia “de intelletto”, commenta amaro l’Alberini. Gli spagnoli agli ordini del Borbone, i cavalleggeri con a capo Filiberto d’Orange, i lanzichenecchi, le bande italiane che lungo il tragitto si sono unite alle truppe imperiali: tutti sono pronti a sferrare l’attacco. La tragedia sta per iniziare.

Nonostante in uno dei primi assalti il comandante dell’esercito imperiale, Carlo di Borbone, cada ucciso, colpito da un colpo di archibugio - di cui più tardi Benvenuto Cellini, impegnato nella difesa di Castel Sant’Angelo, si attribuirà il merito - gli assalitori riescono molto presto a prevalere sui difensori, dilagando all’interno della città. Roma è ormai in balia degli invasori che si apprestano a saccheggiarla. Ha inizio lo strazio della malcapitata popolazione romana. Nessuno si salva: cardinali e servi, chierici e laici, ricchi e poveri, donne, vecchi e bambini. Su tutti si abbatte la furia del saccheggio e della distruzione.
Sia i luterani tedeschi che i cattolicissimi spagnoli si rendono protagonisti di atroci crudeltà. A differenza però dei secondi, i tedeschi si distinguono soprattutto nella profanazione e nel saccheggio metodico di tutte le chiese di Roma, i monasteri e i luoghi sacri dei papi “simoniaci”: Lutero può essere soddisfatto. Ad attestare queste profanazioni sono tuttora visibili gli sfregi inferti da un lanzichenecco su un affresco di Raffaello in Vaticano. E chi, ancora oggi, si reca a visitare una delle più sfarzose ville rinascimentali di Roma, la Farnesina, può leggere le scritte in tedesco tracciate sulle pareti magnificamente affrescate da Baldassarre Peruzzi nella Sala delle Prospettive.

Come sempre accade, non mancano gli episodi di valore: i duecento svizzeri della guardia del papa si fanno massacrare eroicamente fino all’ultimo uomo durante l’assalto dei lanzichenecchi ai Palazzi Vaticani. Con il loro sacrificio salvano però la vita di Clemente VII che riesce a fuggire e a rifugiarsi dentro Castel Sant’Angelo, nella speranza che prima o poi gli eserciti della Lega vengano a soccorrerlo.

Alla fine, compresa l’inutilità di ogni resistenza, il papa cede accettando di firmare la capitolazione. Rimane però chiuso dentro Castel Sant’Angelo in ostaggio, a garanzia della piena attuazione degli accordi. A dicembre, riesce finalmente ad uscire da Roma e a rifugiarsi ad Orvieto. Soltanto dieci mesi dopo, nell’ottobre del 1528, Clemente VII rientrerà a Roma, profondamente segnato dalla terribile esperienza vissuta, come dimostra anche il suo volto, prima accuratamente rasato ed ora incorniciato da una lunga barba grigia in segno di penitenza. D’altronde, il suo stato d’animo e la sua resa, anche psicologica, trovano conferma nella lettera che egli indirizza all’imperatore, definito “figliolo amatissimo” e al quale scrive: “niente può moderare il nostro dolore, niente può risollevare questa infelice città e la Chiesa, tranne la speranza della pace e della tranquillità, che dipendono unicamente da te”. Da queste parole traspare tutta la tragedia che il papa aveva patito sulla sua pelle e che aveva fatto vivere a Roma.

Dal canto suo, anche Carlo V desidera la pace, tra l’altro perchè è giunto allo stremo delle sue risorse finanziarie e non sa più da che parte trovare i soldi per proseguire la guerra. Il compito di negoziare un accordo sarà affidato a due donne: Margherita d’Austria, zia di Carlo, e Luisa di Savoia, madre di Francesco I. Questo trattato, che passerà alla storia come la “pace delle due dame” sancisce, con la rinuncia definitiva dei francesi a Napoli e Milano, il completo dominio spagnolo sulla penisola.

Dopo la terribile lezione del sacco di Roma, anche l’élite rinascimentale italiana si rende conto di non poter più sopravvivere, se non sottomettendosi all’imperatore: è un’Italia terribilmente stanca, impoverita, umiliata quella che accetta la direzione imperiale di Carlo V. Roma, in particolare, non ha perduto solo quello che hanno distrutto i soldati, ma ha perduto altresì, con la rivolta religiosa della Germania (e perderà ancora di più con l’estendersi di questa rivolta in altri paesi), insostituibili fonti di ricchezza finanziaria. La splendida metropoli di Leone X, coi suoi 85 mila abitanti, si è ridotta bruscamente ad una cittadina, con poco più di metà della popolazione. Non per niente in tutto il mondo cattolico il raccapriccio fu grande. Erasmo, che pure, come abbiamo visto, tante critiche aveva rivolto al malcostume romano, scriverà: “Roma non era solo il tempio della fede cristiana, la nutrice delle anime nobili e il rifugio delle Muse, ma la madre delle nazioni. Questa non è la rovina di una città, ma della civiltà”.

Ci sono nella storia dei passaggi che rappresentano una cesura netta con il passato, dei “momenti fatali” che separano due epoche: il sacco di Roma rappresentò uno di questi momenti chiudendo definitivamente l’età d’oro del Rinascimento e segnando, al contempo, la fine morale dell’Italia. A questo risultato aveva condotto la politica dei papi e la loro cupidigia di soldi e di potere temporale. A saldare il conto dei loro errori fu l’Italia intera, ridotta a colonia della Spagna: ebbe così inizio il processo di “ispanizzazione” della penisola che, con l’instaurarsi di un clima servile di stampo neofeudale, rappresentò per certi versi il vero medioevo del nostro paese.

Scrive Giorgio Spini, nella sua fondamentale ‘Storia dell’età moderna’, a proposito del sacco di Roma: “Questa soldataglia briaca di sangue e di stupri, che strazia la popolazione romana e tortura a morte cardinali e prelati, perchè rivelino il nascondiglio dei propri denari, questi lanzi dal ceffo brigantesco che fan stalle delle basiliche per i loro cavalli e distruggono selvaggiamente ricchezze e capolavori artistici, questo esercito di demoni scatenati che fa prigioniero lo stesso pontefice e lascia poi dietro di sé una lugubre scia di peste a completare la desolazione della Città Eterna, sono forse la risposta che l’Europa dà all’Italia rinascimentale ed al suo secolare sfruttamento?”.
Ebbene, se da un lato non c’è dubbio che la Roma dei papi mondani e permissivi era stata punita proprio per la sua deriva paganeggiante, dall’altro lato è altrettanto vero che la diaspora di artisti determinata dal Sacco contribuì ad esportare in tutta Europa quel raffinato linguaggio figurativo basato sull’emulazione dell’antico. Insomma, alla fine, Roma si prese una sua particolarissima rivincita, imponendo il proprio gusto artistico presso tutte le principali corti europee. Ancora una volta, “Graecia capta, ferum victorem cepit”.







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