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n. 5213   lettori al   05.10.22
I segreti del Celio: 'in rebus agere'
02-09-2022
'Quis custodiet ipsos custodes?'
(Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?)
Giovenale

Dei famosi sette colli sui quali, secondo la tradizione, è sorta Roma il Celio è senza dubbio il meno blasonato. Nessun imperatore, infatti, lo ha scelto come propria dimora (Palatino). Nessun ordine monastico-cavalleresco vi ha stabilito la propria sede (Aventino). Nessun papa vi ha fatto edificare una basilica (Esquilino), o lo ha scelto per costruirvi la propria residenza (Quirinale). Inoltre, non ospita alcun importante edificio governativo, come il Viminale, sede fino al 1961 della Presidenza del Consiglio e, tuttora, del Ministero degli Interni. Del Campidoglio poi è inutile anche solo parlare.

L’unico edificio pubblico di un certo rilievo che si trova sul Celio è l’omonimo Ospedale militare, che ebbe il suo momento di (amara) notorietà nella seconda metà degli anni settanta. Infatti, fu da questo ospedale che nel 1977 riuscì a fuggire il famigerato colonnello delle SS Herbert Kappler, organizzatore ed esecutore della strage delle Fosse Ardeatine che costò la vita a 335 cittadini romani. Condannato all’ergastolo e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta, il colonnello a seguito di un tumore era stato ricoverato all’ospedale del Celio, da dove la moglie lo fece uscire di nascosto e lo riportò in Germania con la tacita connivenza, secondo alcuni, dello stesso governo italiano.

Tornando al nostro colle, l’origine del nome “Celio” (in latino Caelius) viene comunemente fatta risalire al condottiero etrusco Celio Vibenna, uno dei due fratelli di Vulci che avrebbero aiutato Servio Tullio a diventare re di Roma. Inoltre, secondo quanto riferito da Tito Livio, in seguito alla vittoria conseguita su Alba Longa e che portò alla sua distruzione, i romani trasferirono sul Celio i suoi abitanti.

Anche se non vi sono monumenti di particolare pregio, il Celio, tra i sette colli, è uno di quelli che hanno conservato un aspetto più suggestivo, in parte grazie ad alcune chiese antiche che vi si trovano (San Gregorio al Celio; Santi Giovanni e Paolo; Santa Maria in Domnica, Santo Stefano Rotondo) e, in parte, perchè ospita una delle ville più belle (e meno conosciute) di Roma: Villa Celimontana.
Anche se è meno famosa di villa Borghese o di villa Ada, questa villa con i suoi viali, le sue aree verdi, i reperti archeologici, il piccolo obelisco egizio, la palazzina posta al suo interno - sede della Società Geografica Italiana - contribuisce, come ha scritto Corrado Augias, “a farne uno di quei luoghi incantati che la città offre a chi sa scovarli, uno di quei luoghi non infrequenti a Roma dove canoni neoclassici e romantici si confondono diventando indistinguibili”.

Come il suo nome suggerisce, la villa sorge sulla sommità del colle Celio ed ha il suo ingresso monumentale su Via della Navicella, di fianco alla Basilica di Santa Maria in Domnica uno dei più antichi templi cristiani della capitale. A metà del XVI secolo, l’area - all’epoca coltivata a vigneti - fu acquistata dalla nobile famiglia Mattei, che la sottopose ad interventi di sistemazione trasformandola in un’oasi di verde. A partire dai primi anni dell’Ottocento, la villa ebbe diversi proprietari sino a quando, nel 1869, venne acquistata da un nobile tedesco di nome Hoffmann, al quale fu espropriata al termine della prima guerra mondiale come proprietà del nemico su suolo italiano. Nel giugno 1944, poi, a seguito del loro ingresso nella capitale, gli americani vi installarono un accampamento per le loro truppe. La villa, quindi, fino alla fine della guerra venne trasformata in un campo militare, prima di tornare ad essere un parco pubblico.

A parte quanto sin qui ricordato, vi è un’altra circostanza che contribuisce a rendere il Celio un luogo pieno di fascino e di mistero. Pochi, al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi di storia romana, sanno che su questo colle si trovavano i “Castra peregrina”, gli alloggiamenti militari cioè dove venivano ospitati e addestrati gli 007 dell’antica Roma. Sul Celio, in altre parole, si trovava il quartier generale dei servizi segreti dell’impero romano, l’equivalente della CIA americana o, se preferite, del KGB sovietico.

E’ risaputo che quello della spia è il mestiere più antico del mondo (per alcuni, il secondo più antico) e nessun regime politico, dall’antichità ad oggi, ha mai potuto governare efficacemente, senza un regolare flusso di informazioni. Fu la lunga e sanguinosa guerra contro Cartagine (Annibale era un maestro nell’uso delle spie) a rendere i Romani consapevoli della necessità di sviluppare una rete informativa efficiente, creando, secondo alcuni studiosi, una frattura tra i tradizionali valori della società romana e la ragion di stato. Tuttavia, fu solo con la nascita dell’impero che si avviò quel processo che avrebbe condotto alla creazione di un vero e proprio servizio d’informazione, il cui compito era quello di garantire la sicurezza dello stato e difendere la vita dell’imperatore.
Lo storico romano Dione Cassio ci ha tramandato il discorso con cui Mecenate suggerisce ad Augusto le procedure necessarie al buon funzionamento dell’apparato statale: “Ci sono alcuni che devono occuparsi di ascoltare e di osservare attentamente tutto ciò che in qualche modo riguarda l’impero con lo scopo di evitare che tu rimanga all’oscuro di quelle situazioni che richiedono attenzione o un intervento correttivo”.

L'uso regolare di spie e informatori, dunque, si diffuse presto, come pure la creazione delle coorti pretorie, una sorta di guardie del corpo del Princeps. In particolare - come scrive Maria Federica Petraccia nel suo interessante saggio sul mestiere di spia nell’antica Roma “In rebus agere” - per tutto il periodo compreso tra il principato di Traiano e quello di Diocleziano, il centro nevralgico del sistema di sicurezza romano si concentra nei Castra peregrina sul Celio, frequentati da tutti quei soldati (milites peregrini) con incarichi nell’ambito del sistema di informazione e che operavano alle dipendenze del princeps peregrinorum, che rispondeva direttamente all’imperatore.

Ma vediamo più da vicino - con l’indispensabile guida del saggio di Maria F. Petraccia - come all’interno dell’esercito romano iniziarono a formarsi vari gruppi di “agenti”, di cui i principali erano: i frumentarii, gli stationarii, gli speculatores.

Anche se non è del tutto chiara l’origine dei frumentarii, è opinione comune tra gli storici che inizialmente fossero degli addetti all’approvvigionamento granario (frumentum) dell’esercito. In altre parole, si sarebbe trattato di soldati sempre in movimento, molto abili, svegli ed in grado non solo di reperire cibo per le truppe, ma anche di muoversi in territorio nemico senza essere visti né sentiti, raccogliendo informazioni utili.
In seguito, verranno assegnati ai governatori provinciali per fungere da collegamento tra periferia e centro. Costituivano il gruppo più consistente tra il personale ospitato nei Castra peregrina e mantenevano stretti legami con il quartier generale anche quando non si trovavano a Roma, dato che era necessario assicurare l’acquisizione in tempi rapidi delle notizie. Vale la pena di sottolineare che non erano impiegati solo come informatori, ma anche come longa manus dell’imperatore, ad esempio, quando questi decideva di eliminare qualcuno. Insomma, dei veri e propri agenti segreti con tanto di “licenza di uccidere”.

L’attività dei frumentarii va ricordata anche a proposito delle persecuzioni contro i primi cristiani, considerati una minaccia per l’ordinamento dello stato; infatti, venne ordinato loro di spiarli, ricercarli e arrestarli. E’ significativo, al riguardo, il fatto che il soldato cui fu affidata la custodia di San Paolo fosse un frumentarius.

Quanto agli stationarii, essi erano ampiamente diffusi all’interno dell’impero romano. Dislocati in vari punti del territorio, avrebbero dovuto garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, difendere la legalità, denunciando ai magistrati i crimini di cui venivano a conoscenza. Molto spesso invece - specie nella tarda età imperiale - erano proprio gli stationarii a derubare coloro che avrebbero dovuto proteggere, estorcendo ai cittadini cibo, denaro e quant’altro.
Sant’Agostino arriva a paragonare l’occhio dello stationarius all’occhio di Dio “al quale nessuno può sottrarsi”. Inoltre, di frequente si arrogavano poteri che esulavano dalle loro competenze, tanto che gli imperatori dovettero intervenire più volte per ribadire i limiti entro cui dovevano esercitare il loro potere.

Un terzo gruppo era formato dagli speculatores, termine che in origine indicava delle semplici vedette, ovvero degli esploratori che, per la loro abilità di agire in incognito e di penetrare in territorio nemico, venivano mandati in avanscoperta dai loro comandanti. Giulio Cesare li nomina spesso nei suoi scritti, sia nel De bello gallico (“nel frattempo spedisce speculatores per ogni dove, cercando di scoprire la strada più comoda per attraversare la valle”); sia nel De bello civili (“gli speculatores informarono Cesare che in quel campo erano state portate le insegne della legione”).

A partire dal I secolo d. C. il termine speculator passa ad indicare tre categorie ben distinte di militari: graduati che fanno parte della guardia del corpo dell’imperatore; legionari incaricati sia della sicurezza interna che della raccolta di informazioni presso le sedi dei governatori provinciali; militari utilizzati come corrieri o incaricati di svolgere operazioni sia di spionaggio che di polizia.

Una quarta categoria era quella dei cosiddetti beneficiarii, di cui però non sono ancora del tutto chiare quali funzioni svolgessero all’interno dell’ordinamento romano, anche se erano sicuramente connesse al mantenimento dell’ordine pubblico e della prevenzione delle attività criminali. Da fonti cristiane sappiamo che anch’essi, come i frumentarii, furono incaricati di perseguire e punire i cristiani, considerati al pari dei malfattori.

Caratteristica più o meno comune a tutti questi gruppi era quella di essere invisi alla popolazione, vittima delle loro vessazioni e ruberie. Come ricorda la professoressa Petraccia nel suo saggio, l’impero si ritrovò affollato di persone perseguitate da frumentarii, stationarii e beneficiarii, i quali, con la scusa di rintracciare delinquenti politici, entravano nelle città e nei villaggi, perquisivano le case dei privati ed erano tutt’altro che insensibili ai guadagni derivanti da mance e corruzione. Alla fine l’imperatore Diocleziano decise di chiudere la caserma del Celio, a causa dei troppi abusi compiuti da coloro che vi soggiornavano e, al loro posto, istituì un nuovo corpo: gli agentes in rebus.
Purtroppo, al cambio di denominazione non corrispose un analogo cambio di comportamento, tanto che uno storico dell’epoca, Aurelio Vittore, autore di una storia dei Cesari, li considera “simillimi” al “pestilens frumentariorum genus”.

Cattiva fama che trova conferma anche nelle parole pronunciate dall’imperatore Giuliano, il quale, quando costoro comparvero davanti a lui per ottenere una ricompensa in denaro, avrebbe esclamato: “Sanno estorcere, non ricevere gli agentes in rebus”.


* * * *
Come è noto, Roma riuscì a conquistare e sottomettere territori abitati da popoli di cultura, lingua e civiltà diverse, creando un impero vastissimo che - nel momento della sua massima espansione - andava dall’Atlantico alla Mesopotamia, dalla Britannia alle coste del Nord Africa. Una volta consolidate le conquiste, fu necessario creare un corpo di “agenti” per garantire la sicurezza dell’impero, l’ordine interno e la difesa esterna.
Alla lunga, tuttavia, il progressivo indebolimento delle istituzioni, l’accumularsi di una serie di problemi demografici, economici e militari, unitamente alle sempre più frequenti incursioni di massicce orde di barbari, portarono alla dissoluzione dell’impero romano, che resterà comunque tra i modelli di organizzazione statale più ammirati e studiati nella storia.

P. S. Chi oggi si recasse sul Celio alla ricerca delle tracce dei Castra Peregrina resterebbe deluso; nulla di visibile è rimasto di tali alloggi. Vale comunque la pena di visitare questo colle, anche solo per vedere le sue bellissime chiese e Villa Celimontana (anche se purtroppo non è più così curata come lo era quando la frequentavo da bambino).



Villa Celimontana, portale monumentale su piazza della Navicella.
Sullo sfondo palazzetto Mattei, sede della Società Geografica Italiana



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