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n. 5937   lettori al   26.01.23
Francesco e Lorenzo: geni rivali
17-12-2022
È opinione comune tra gli storici che il Seicento rappresenti per l'Italia un periodo di immobilismo e di decadenza. A parte l'evidente svantaggio di venire dopo gli anni irripetibili del Rinascimento, diversi sono i fattori che concorrono a fare di questo secolo un'epoca di declino per il nostro paese: geografici, politici, sociali, religiosi.

In primo luogo, la progressiva colonizzazione del continente americano sposta le principali correnti di traffico marittimo verso i paesi che si affacciano sull'Atlantico, mentre l'Italia, chiusa nel Mediteraneo, resta tagliata fuori dalle nuove rotte commerciali e occupa uno spazio sempre più piccolo in una mappa geografica che si sta continuamente allargando.

In secondo luogo, la Riforma protestante e le rivolte anti-cattoliche in alcune aree dell'Europa centrale e del nord hanno creato nuove realtà nazionali, coraggiose e intraprendenti. In questo quadro ampio e in via di rapido mutamento, l'Italia si presenta sempre meno rilevante, anche perché i suoi principali Stati sono vassalli della Spagna, nazione che è a sua volta all'inizio di una lunga fase di declino. I pochi Stati ancora formalmente autonomi - Venezia, Genova, lo Stato sabaudo - possono recitare, al massimo, un ruolo di secondo piano.

Per inciso, molti si sono chiesti se questo dinamismo dell'Europa centro-settentrionale e il relativo spostamento degli equilibri dal Sud al Nord, dal Mediterraneo all'Atlantico non siano anche conseguenza della Riforma protestante, un movimento da cui l'Italia è stata soltanto sfiorata.

Eppure questo Paese assopito, entrato in una fase caratterizzata da una rigida inerzia e una conservazione prudente, può ancora dare segnali di abilità, fantasia, intelligenza. In particolare, i primi decenni del secolo XVII appaiono come uno dei periodi più creativi e più movimentati nella storia dell'intera cultura italiana, per poco che si valutino nella loro giusta misura le ribellioni frenate o mascherate, le esperienze audaci, le proposizioni esplosive. Basti pensare ai nomi di Giordano Bruno, Galileo Galilei, Tommaso Campanella e Paolo Sarpi, quattro fra le migliori menti del secolo. E come non ricordare il trionfo nella musica di un Monteverdi, l'irruzione di un Caravaggio nella pittura, la parte che nella scultura e nella architettura ebbero un Bernini o un Borromini.

E proprio di questi ultimi due sommi artisti - che si trovarono spesso a lavorare l'uno al fianco dell'altro (non di rado l'uno contro l'altro) lasciandoci la possibilità di mettere a confronto due diverse visioni artistiche nate, non a caso, all'ombra della Chiesa e negli anni della Controriforma - parleremo qui.

Prima di affrontare i nostri protagonisti, è opportuno ripercorrere a grandi linee la cornice entro cui si trovarono ad operare: mi riferisco al periodo storico in cui vissero e al movimento artistico noto come 'barocco' che caratterizzò il loro stile.
Il Seicento fu il secolo della Controriforma cattolica, mentre in tutta Europa si combatterono numerose guerre in nome della fede che sconvolsero i precedenti rapporti di potere. Tutto questo influì sull'arte che si distaccò dal manierismo della fine del Cinquecento per assumere caratteri nuovi. Il termine 'barocco' applicato al campo artistico assunse ben presto un significato dispregiativo per indicare un'arte esagerata e bizzarra, lontana dai canoni classici (Benedetto Croce lo definì un 'non stile'). Soltanto in epoca recente si è, almeno in parte, tolto a questo termine la sua valenza negativa.

In realtà l'arte di questo periodo, nata come risposta al protestantesimo, assunse un ruolo di grande importanza per la diffusione delle idee controriformiste e venne usata come mezzo per ricondurre il popolo alla dottrina cattolica. L'arte barocca aveva il compito di toccare direttamente l'animo e i sentimenti dei fedeli e per far questo era necessario che essa assumesse forme grandiose e monumentali.

Come ha sottolineato uno dei nostri maggiori storici, Giorgio Spini, 'l'arte barocca cosa è mai se non l'arte del Rinascimento italiano convertita allo spirito della Controriforma gesuitica?'. Infatti, 'nella grandiosità delle proporzioni dei suoi edifici, nella esuberanza delle sue decorazioni, nella passionalità teatrale delle sue sante trafitte dall'amor divino e dei suoi angeli turbinanti nell'alto delle volte come una gioiosa cascata di carnicino, l'arte barocca saprà ben presto tradurre nelle proprie forme l'ideale religioso della Compagnia (di Gesù)'.

All'ordine fondato da Ignazio di Loyola venne affidata l'opera di ricostruzione della Chiesa, da attuarsi attraverso il rafforzamento del cattolicesimo là dove più vacillava di fronte all'assalto della Riforma, insieme alla sorveglianza delle anime e alla confutazione rigorosa delle opinioni giudicate pericolose. Inoltre, i gesuiti si occuperanno della creazione di una nuova classe dirigente, formata alla scuola degli esercizi spirituali, pronta ad identificare la propria causa con la causa della fede cattolica 'ad maiorem Dei gloriam'.

Tornando a Gian Lorenzo Bernini ed a Francesco Borromini, essi hanno occupato per così tanti anni e a tal punto il centro della scena artistica di Roma, che la città sembrerebbe vuota senza le loro opere.
Due grandi artisti, dicevamo, ma diversissimi tra loro. Bernini abile, affascinante, pronto a incantare chi lo ascoltava, divenne da subito il favorito dei potenti. Borromini al contrario, uomo semplice e disinteressato, tutto austeramente assorto nelle visioni della sua arte e preoccupato di tradurle nella forma più compiuta. Scontroso e solitario finì tragicamente i suoi giorni: in un momento di cupa malinconia, colto da una crisi nervosa, si trafisse con la propria spada, e morì in seguito alla gravissima ferita.

Una personalità affetta da 'disturbo depressivo' definiremmo oggi Borromini, che manifestava la sua malinconia perfino negli abiti neri e tagliati nell'antica foggia spagnola in voga durante la sua giovinezza. D'altronde, Francesco Castelli (questo il suo vero nome; il cognome con cui è conosciuto è da collegarsi, secondo alcuni, alla devozione per il santo arcivescovo Carlo Borromeo) era nato sulle rive del lago di Lugano e aveva cominciato a lavorare in quella Lombardia che, all'epoca, era sotto la dominazione spagnola: la stessa che Manzoni ha descritto nei 'Promessi Sposi'.

Ha scritto Corrado Augias che tutto quello che mancò al ticinese Borromini, il napoletano Bernini lo ebbe a dismisura: simpatia, riconoscimenti, denaro e fama. Di fronte al cardinale Scipione Borghese - nipote prediletto di papa Paolo V - che lo aveva mandato a chiamare incuriosito dalle voci che giravano sul suo conto, il giovane Bernini 'si diportò con una tale mistura di vivacità e di modestia, di sottomissione e di prontezza, che ne restò rapito l'animo del principe e volle immediatamente introdurlo al pontefice'. Inutile dire che tale incontro segnò l'inizio di una carriera all'insegna di una (quasi) ininterrotta fortuna.
D'altronde, Scipione Borghese non fu certo l'unico ad apprezzare l'arte di Bernini. Si narra che Urbano VIII, appena salito al soglio pontificio, gli dicesse: 'È gran fortuna la vostra, o Cavaliere, di veder papa il cardinale Maffeo Barberini, ma assai maggiore è la nostra che il Cavalier Bernini viva nel nostro pontificato'.

Chi abita a Roma ha la fortuna di poter ammirare a distanza di poche centinaia di metri l'uno dall'altro due capolavori di questi artisti geniali: San Carlo alle Quattro Fontane (meglio nota per le sue ridotte dimensioni come San Carlino), opera del Borromini, e Sant'Andrea al Quirinale, progettata dal Bernini. Queste due bellissime chiese sono situate lungo la stessa via, anch'essa famosa: si tratta del lungo rettilineo che da Porta Pia conduce al palazzo del Quirinale. Questa strada ha come sfondi, da un lato, la mirabile Porta disegnata da Michelangelo; dall'altro, un obelisco egizio e il complesso dei Dioscuri, cioè il monumento che sta al centro della piazza del Quirinale. Anche solo per ammirare queste due opere varrebbe la pena di percorrerla.

Torniamo alle nostre chiese. Sul piccolo terreno di cui i 'trinitari scalzi' - un povero ed austero ordine di monaci - disponevano, Borromini riuscì a far entrare un dormitorio, un refettorio, la biblioteca, un chiostro e, infine, la chiesa vera e propria.
La struttura di San Carlino, nato dalla compenetrazione tra pianta ellittica e croce, e la raffinata elaborazione formale che l'uso del bianco impreziosisce suscitando un'atmosfera di grande raccoglimento (la 'bianchezza sommamente grata a Dio' del Palladio) danno vita a un capolavoro del tutto inedito, ricco di simboli e di forte tensione creativa.

L'assidua presenza del Borromini intorno a questa fabbrica è testimoniata da una relazione del priore dell'Ordine, fra' Giovanni di San Bonaventura, il quale si fa interprete dell'ammirazione suscitata da un'opera così originale, venuta su con estrema semplicità di mezzi e con incredibile risparmio di spesa, grazie alla partecipazione persino manuale dell'architetto.

A poca distanza, lungo la stessa strada, sorge la chiesa di Sant'Andrea, uno dei tanti capolavori di Gian Lorenzo Bernini. Anche questa chiesa è a pianta ovale, ma esiste una notevole la differenza tra la forma a ellisse concepita da Borromini e il perfetto ovale del Bernini. Diversa la luce che inonda i due edifici: bianca e fredda come abbiamo visto in San Carlino; calda, dorata e rassicurante in Sant'Andrea. Diverse le decorazioni, anche perché da una parte vi erano i poveri trinitari, dall'altra i potenti gesuiti (una delle cappelle della chiesa è dedicata al loro fondatore).

Pur con le differenze sopra accennate, si tratta di due capolavori assoluti dell'arte barocca, che le sole parole non riescono neanche lontanamente a descrivere.


Vi è un altro luogo di Roma dove è possibile ammirare uno vicino all'altro due capolavori dei nostri artisti. Mi riferisco alla famosissima Piazza Navona, che ospita sia la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, sia la chiesa di Sant'Agnese in Agone del Borromini.

La fontana di Bernini è troppo nota per doverla descrivere: basterà qui ricordare che l'opera ritrae - sotto forma di giganti che siedono appoggiati su uno scoglio centrale in travertino - i quattro principali fiumi della Terra, uno per ogni continente allora conosciuto: il Danubio, il Nilo, il Gange e il Rio de la Plata. La fontana è inoltre sovrastata da un obelisco egizio, proveniente dalle rovine del circo di Massenzio sulla via Appia.

L'opera fu commissionata da papa Innocenzo X, al secolo Giovan Battista Pamphili, per decorare piazza Navona, sulla quale si stavano portando avanti i lavori di costruzione del palazzo di famiglia.
Il concorso per la sua realizzazione fu vinto da Gian Lorenzo Bernini, il quale - a quanto si narra - per ottenere l'incarico realizzò un modello in argento della fontana, alto circa un metro e mezzo, e lo regalò a Olimpia Maidalchini, cognata del pontefice.

Vale la pena di spendere due parole su questo personaggio che ebbe grande influenza nella Roma dell'epoca. Giovane donna di natura ambiziosa, avida ed estremamente volitiva, sposò in seconde nozze un nobile romano di famiglia impoverita, più vecchio di lei di 27 anni, Pamphilio Pamphili. Il matrimonio la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con il fratello del marito, futuro papa Innocenzo X. La presenza di Olimpia (e il suo sostegno economico) accompagnò la carriera del cognato fino al soglio papale e non fu una presenza discreta.

Sin dall'inizio del pontificato gli osservatori furono colpiti dall'abitudine della Maidalchini di recarsi negli appartamenti papali e dalla pretesa di apparire in primo piano in cerimonie pubbliche o in riti religiosi, come durante il giubileo del 1650.
In breve, Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma, acquisendo così grande potere da essere chiamata ironicamente 'la papessa'. Si diffusero ben presto delle voci che la indicavano come l'amante del papa: un libello che circolava a Roma, giocando sul suo nome, così recitava: 'Olim pia, nunc impia' (che tradotto suona: una volta devota, ora empia). Significativo anche il soprannome di Pimpaccia con cui veniva chiamata dal popolo.

Tornando alla fontana di Bernini, la sistemazione dell'obelisco sul gruppo scultoreo centrale era contraria a tutti i canoni architettonici dell'epoca: il monolite non poggiava infatti su una base compatta, ma su una struttura cava, che lasciava cioè un vuoto al centro e sulla quale erano poggiati solo gli spigoli della base dell'obelisco, a riprova dello spirito grandemente innovatore dell'artista.

La chiesa di Sant'Agnese in Agone sorge, a sua volta, sul lato occidentale di Piazza Navona, l'antico Stadio di Domiziano. L'edificio fu costruito sul luogo in cui, secondo la tradizione, la giovane cristiana Agnese avrebbe subito il martirio.
La costruzione, iniziata da Girolamo e Carlo Rainaldi, fu ultimata da Francesco Borromini, che la modificò sensibilmente. Tra l'altro, aumentò la distanza tra le due torri integrate nel prospetto ed ideò l'impostazione della facciata concava per dare più risalto alla cupola.

Un aneddoto, molto noto e basato sulla rivalità tra i due artisti, afferma che il personaggio che nella fontana rappresenta il Rio della Plata alzerebbe la mano verso la prospiciente chiesa di Sant'Agnese in segno di difesa dall'imminente caduta della facciata. Ovviamente si tratta solo di una leggenda, anche perché la costruzione della chiesa ebbe inizio soltanto dopo che la fontana era stata già completata.

Ci sarebbe ancora da parlare a lungo delle opere di questi artisti geniali: di Bernini non si può non ricordare l'imponente e solenne colonnato ellittico che delimita piazza San Pietro (simbolo dell'abbraccio della Chiesa al mondo intero) e le splendide statue che si trovano sparse nelle chiese e nei musei di Roma. Una per tutte: l'Estasi di santa Teresa d'Avila, custodita nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. E per quanto riguarda Borromini, come non menzionare la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, con la sua famosa lanterna spiraliforme, vero capolavoro dell'architettura barocca, e l'Oratorio dei Filippini la cui facciata, realizzata in mattoni tagliati e stucco, vede un susseguirsi di piani concavi e convessi che dialogano con lo spazio antistante della piazza.
* * *

In conclusione, si può dire che il 'settentrionale' Francesco Borromini rappresentò la tendenza gotica delle proporzioni allungate verso l'alto; del frastagliato movimento di masse e dell'ornamento complesso, prezioso e bizzarro. Per contro, il 'meridionale' Gian Lorenzo Bernini mantenne un'impronta di permanente classicismo, di subordinazione dell'ornamento in favore della ritmica costruttiva.
Lotta di due tendenze opposte, sentita più che capita dai contemporanei che la ridussero inconsapevolmente a un contrasto personale.

Tuttavia, se Bernini, con il suo talento versatile di pittore, scultore, architetto, incarna per certi versi l'ultimo genio universale del Rinascimento, Borromini sa inventare forme assolutamente nuove nonché geniali e audacissimi espedienti costruttivi, che influenzeranno l'architettura del futuro.

E se l'arte italiana all'inizio fu tutta berniniana, grande fu il fascino esercitato da Borromini sull'architettura barocca europea. Le sue idee, infatti, emigreranno in Germania e in Francia, dove daranno vita al Settecento nordico in genere e francese in specie; al rococò; alla preziosità ornamentale e capricciosa; alle decorazioni sfarzose fino all'esagerazione dell'arte spagnola.


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