n. 2424   lettori al   07.05.21
Intervista a Youssef Brahimi
27-01-2021
L'attenzione della nostra associazione alla salvaguardia dell'ambiente è un fatto. Nel sito abbiamo in menu la rassegna stampa "Ambientiamoci", le registrazioni audiovideo degli eventi organizzati sia in presenza che in video, su sostenibilità, clima, gestione dei rifiuti, gli interventi specifici pubblicati dai soci nello spazio autogestito cogito ergo...digito.
Ho intervistato in questi giorni un professionista dotato di una vasta esperienza nel settore della gestione sostenibile delle risorse naturali e della lotta alla povertà: Youssef Brahimi.

M.I: Buongiorno, Youssef
Y.B. : Buongiorno, Marina
M.I: Puoi descriverci in cosa consiste il tuo lavoro?
Y.B In qualità di consulente internazionale mi occupo di tutela dell’ ambiente, di elaborazione di pratiche volte a favorire l’adattamento al cambiamento climatico e di lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Le regioni dove si concentra e, si è concentrato maggiormente, il mio lavoro sono il Nord Africa e l’Africa Occidentale (paesi del Sahel).
M.I: Puoi farci un esempio che ci aiuti a comprendere meglio di cosa ti occupi?
Y.B.: Certamente. Prendiamo, ad esempio, il mio lavoro per l’International Fund for Agricultural Development (IFAD). L’IFAD è un organismo delle Nazioni Unite che finanzia progetti di sviluppo rurale e di lotta alla povertà nel mondo, in particolare in Africa. Di solito, come primo passo, quest’agenzia risponde a una domanda esplicita di supporto, formulata da parte di paesi interessati a questo tipo di interventi. A seguito di tale richiesta, come prima cosa, si istituisce una squadra multidisciplinare di consulenti, denominati appunto “esperti”, chiamati a elaborare il progetto di sviluppo rurale, in stretta collaborazione con tutti gli stakeholders locali. Questa equipe solitamente comprende sì specialisti dello sviluppo rurale, ma anche economisti, sociologi, esperti in questioni di genere, specialisti in nutrizione e alfabetizzazione così come anche esperti ambientali, come me. Specificamente, il mio lavoro consiste nell’analisi (basata anche sul contributo dei colleghi sociologi) del quadro socioeconomico e istituzionale in cui il progetto sarà realizzato, nell’esame della situazione ambientale e dello stato delle risorse naturali, nello studio (fondato anche su scenari precedentemente prospettati a livello mondiale) dei potenziali effetti del cambiamento climatico, nell’identificazione di misure di adattamento/mitigazione già adottate dal paese beneficiario. Mio compito è anche quello di valutare ex ante il potenziale impatto che lo stesso progetto può avere sul contesto in cui opererà. Qualora si prospetti un eventuale impatto negativo, mi devo occupare anche della formulazione di misure di mitigazione, che saranno obbligatoriamente incluse nell’iniziativa.
M.I: Sono progetti piuttosto complessi, mi sembra di capire.
Y.B: I progetti di sviluppo rurale di cui parliamo sono progetti “integrati”, vale a dire iniziative che mirano a combinare il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più povere con la gestione sostenibile delle risorse naturali in un contesto ampio che prende in considerazione anche gli effetti del cambiamento climatico. Questo tipo di approccio è quello che, in gergo, è definito come rafforzamento della resilienza delle popolazioni. Da questo punto di vista, una parte del mio lavoro si concentra anche sulla mobilizzazione di finanziamenti internazionali specifici per la tutela dell’ambiente e per la promozione dell’adattamento al cambiamento climatico come, ad esempio, il Fondo Mondiale per l’Ambiente (GEF), il Fondo Verde per il Clima (GCF) e il Fondo di Adattamento (AF).
M.I Come avviene questa mobilizzazione?
Y.B: Attraverso l’ideazione di progetti interamente orientati alla gestione sostenibile delle terre, alla preservazione della biodiversità e all’adattamento al cambiamento climatico, appunto.


M.I Oltre all’IFAD, lavori con altre realtà?
Y.B. Sono coinvolto in varie iniziative di portata regionale come la Grande Muraglia Verde Africana, un programma pionieristico, promosso nell'ambito della lotta agli effetti indotti dal cambiamento climatico globale e dalla desertificazione. Si tratta di un’iniziativa guidata dall’Unione Africana. Specificamente, mi occupo di rafforzamento istituzionale e delle competenze nazionali.
M.I Quale percorso ti ha portato a occuparti di queste tematiche?
Y.B: Ciò che mi ha spinto a intraprendere il mio percorso professionale in questo settore è stata la presa di coscienza riguardo a determinate questioni unita a una vocazione politica, che mi ha spronato ad affrontare in prima persona temi che riguardano tutti noi. In Algeria ero iscritto alla Facoltà di Fisica, non ho potuto terminare il corso di studi perché ho dovuto iniziare a lavorare. In seguito ho ripreso a studiare, questa volta iscrivendomi alla facoltà di Legge dove mi sono specializzato in Diritto Internazionale. Ho poi lavorato nel settore dell’insegnamento superiore e della Ricerca scientifica. Ho inoltre ricoperto l’incarico di Capo di Gabinetto e poi di Segretario Generale del Ministero dell'Istruzione Superiore e della Ricerca Scientifica. È in quel periodo che ho iniziato ad interessarmi da vicino alle questioni ambientali dal momento che questi temi afferivano al nostro Ministero. Di conseguenza, eravamo direttamente coinvolti nei negoziati internazionali relativi alle tre convenzioni emanate dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo del 1992, nota anche come Conferenza di Rio. In seguito, avendo dovuto lasciare l'Algeria, mi sono trasferito a Parigi, e qui ho continuato a lavorare su queste questioni in qualità di consulente.
M.I Sempre più spesso si sente associare la necessità di promozione dello sviluppo sostenibile al fine di assicurare la sicurezza alimentare delle popolazioni più povere del pianeta. Qual’ è la correlazione tra gestione sostenibile delle risorse naturali e sicurezza alimentare?
Y.B: Bisogna partire dalla constatazione che la terra è l’unica fonte di reddito per milioni di poveri nel mondo rurale. Essa rappresenta un bene essenziale per la sicurezza alimentare di queste popolazioni. La gestione sostenibile delle terre, e più ampiamente delle risorse naturali, è un bene fondamentale per garantire la sicurezza alimentare di queste persone, nonché il loro sviluppo economico. Spesso, infatti si tratta di paesi dove l’industria è assente o quasi. Le principali risorse indispensabili per la produzione agricola sono, come sappiamo, la terra (intesa come tipologia di suolo coltivabile) e l’acqua (acque di superficie, fiumi, laghi, stagni e acqua piovana ) Quindi, si deduce chiaramente che la gestione delle risorse naturali ha un’incidenza diretta sulla produzione agricola. Inoltre, la disponibilità alimentare fa riferimento ai beni alimentari prodotti o immagazzinati. La produzione di questi beni, a loro volta, dipende direttamente dalle (scarse) precipitazioni e della qualità del suolo. Spesso il degrado di quest’ultimo è dovuto, tra le altre cose, allo sfruttamento eccessivo dei campi, alla pastorizia intensiva, o all’insufficienza di conoscenze tecniche da parte delle popolazioni interessate. Inoltre, anche l’organizzazione del capitale fondiario (inteso come insieme dei sistemi di acquisizione e dei regimi di proprietà delle terre) è un fattore che influenza la sicurezza alimentare di queste popolazioni. I cosiddetti “senza terra” o coloro i quali praticano l’agricoltura su terre marginali si trovano in una situazione di insicurezza alimentare cronica. Infine, per quanto riguarda la disponibilità idrica, è evidente che quest’ultima è un elemento indispensabile per la produzione agricola: l’uso attento e integrato delle risorse idriche (sia di superficie sia sotterranee) contribuisce significativamente allo sviluppo di un’agricoltura sostenibile in grado di garantire la sicurezza alimentare.
M.I. Secondo te, come si può rafforzare questo legame tra gestione sostenibile delle risorse naturali e sicurezza alimentare?
Y.B: Bisogna sviluppare un approccio agro-ecologico, vale a dire adottare pratiche e misure che tengano conto degli equilibri della natura, riducendo così la quantità delle risorse esterne utilizzate per la coltivazione (pesticidi, fertilizzanti, antibiotici, ecc ). Infatti, alcuni tra questi fattori produttivi sono all’origine di una parte significativa dell’inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo. Tale situazione è all’origine dei danni alla salute degli agricoltori e dei consumatori, nonché alla base della distruzione della biodiversità locale.
M.I In base alla tua esperienza, attualmente ci sono degli esempi di politiche efficaci per quanto attiene alla gestione sostenibile delle risorse naturali?
Y.B : Non ne conosco perché, idealmente, una politica efficace di gestione delle risorse naturali supporrebbe trasformazioni profonde sia per quanto riguarda il nostro modo di vivere sia per quanto riguarda la nostra modalità di consumo. Tuttavia, malgrado tutti i discorsi che abbiamo fatto, siamo ancora lontani da questa nuova visione della società. Poi, bisogna tenere conto che questa domanda si declina in modo diverso nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo.
M.I Eppure sentiamo spesso discorsi legati alla buona governance dell’ambiente.
Y.B: Sì, ma ciò rimanda al ruolo della società civile in Europa e al grado di coinvolgimento delle comunità locali nella gestione delle risorse naturali nei paesi in via di sviluppo. Quindi, in qualche modo, alla tenuta della democrazia.
M.I. Puoi spiegarti meglio?
Y.B.: La società civile è l’anello da cui deve e può partire il cambiamento: può esercitare pressioni sia sui governi affinché adottino politiche di sostenibilità ambientale sia sul settore privato (ad esempio, tramite il consumo critico e/o equo e sostenibile). In questo modo, essa può contribuire progressivamente al cambiamento dei rapporti sociali ed economici. Attualmente queste iniziative locali sono ancora poche e piuttosto frammentate. Tuttavia, se queste ultime, si associano potrebbero creare degli importanti gruppi di pressione. Da questo punto di vista, il networking è fondamentale. Siamo a un bivio della storia: o andiamo verso la solidarietà oppure ci attendono governi autoritari.
M.I : Recentemente Dennis Meadows, co-autore del rapporto intitolato “La fine della crescita”, uscito nel 1972 e commissionato dal Club di Roma, ha affermato che il cambiamento del nostro paradigma di sviluppo non passerà per la tecnologia, come affermato da più parti, ma, al contrario, si realizzerà attraverso delle modifiche radicali al livello sociale e culturale. Che ne pensi?
Y.B : Personalmente sono completamente d’accordo . Tutti convengono nel riconoscere che la crescita esponenziale condurrà alla fine dell’umanità. Gli scenari pessimisti prospettati nel 1972 dal Rapporto Meadows si stanno verificando ora, nel 2020: aumento dell’inquinamento e della temperatura media con un impatto negativo sull’ecosistema, esplosione di una pandemia dovuta alla deforestazione e alla scomparsa di interi habitat naturali. La mia convinzione è che l’attuale sistema capitalistico sia letale.
Sono d’accordo sulle soluzioni che furono proposte allora, vale a dire la necessità di una ripartizione delle ricchezze per soddisfare i bisogni umani principali, lo sradicamento totale della povertà, la lotta contro l’inquinamento e l’investimento massiccio nell’agricoltura.
E’ molto interessante notare un aspetto. Oggi gli scienziati che si rivolgono ai politici evidenziano come la sottovalutazione di problematiche quali il consumismo sfrenato, la crescita demografica mondiale o il fallimento relativo all’arresto dei processi di inquinamento e alla tutela degli habitat naturali ci porteranno alla fine dell’ umanità. Bene, questi stessi scienziati, nei loro discorsi, fanno riferimento a degli imperativi morali e etici nei confronti delle generazioni attuali e future, non più a delle categorie scientifiche.
Per me questi imperativi morali ed etici mettono in discussione il concetto di sviluppo sostenibile, così come elaborato nel 1987. Quest’ultimo si basava su tre pilastri: economico, sociale e ambientale.
All’inizio degli anni 2000, l’UNESCO ha introdotto un quarto pilastro: la cultura. Ma noi sappiamo che, di fatto, quest’ultima dimensione non è praticamente mai presa in conto dalle agenzie di svilluppo o nel contesto dei programmi e dei progetti di sviluppo.
Eppure, per tornare all’affermazione fatta da Meadows, la trasformazione radicale della nostra società dei consumi passa attraverso la riflessione essenziale sul nostro rapporto con la Natura. Le stesse Nazioni Unite ora promuovono una visione sistemica che unisce equità sociale e occupazione, salute e ambiente.
Questa idea si basa sul concetto di Armonia con la Natura, la cui origine scaturisce dall'analisi dei rapporti che i cosiddetti popoli indigeni intrattengono con la Natura. Da qui l'importanza crescente della dimensione culturale nel nuovo concetto di sviluppo sostenibile.
Per concludere: in questo periodo di pandemia, la cultura è un bene essenziale al pari dell'alimentazione.
Questo dialogo tra scienza e politica, tra scienza e cultura, è il mio credo personale ed è anche quello che cerco di condividere all'interno di Desertnet International (DNI), una rete per la ricerca internazionale sulla desertificazione, di cui sono stato eletto Presidente.