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n. 986   lettori al   10.04.20
Picco o non picco, questo è il problema
23-03-2020
Ma poi, questo picco, che cos’è? Anch’io, come molti, ho giocato in questi giorni al “piccolo epidemiologo”, ma confesso che ancora non sono sicurissima di averlo capito. Vi racconto dove sono arrivata.
Un’epidemia di norma ha una fase ascendente, cui succede una fase discendente. Il picco è il punto di passaggio, ma misurato come? Qual è la variabile (il numero) da mettere a fuoco, per capire se stiamo ancora salendo o abbiamo iniziato la sospirata discesa? Di numeri ogni giorno alle 18 dalla Protezione civile ce ne vengono presentati quattro, legati fra loro.

Il numero dei contagi “attuali” (i “contagiosi”, potremmo tradurre) cioè gli infetti che sono stati accertati come tali con esame clinico (il tampone), e che oggi (23 marzo) sono circa 47 mila. Da varie, autorevoli, fonti si sostiene che in realtà si tratterebbe solo della parte “emersa” degli infetti, cui andrebbe sommata quella degli infetti “sommersi”, perché asintomatici o con sintomi poco evidenti (ma anche loro, in quanto infetti, contagiosi). Ma contare i “sommersi” è impossibile, quindi accantoniamo per ora il problema. Non senza notare che, se si tratta di individuare la tendenza, e non la dimensione, del contagio, avere una “copertura” completa è relativamente irrilevante. A patto che la proporzione fra parte emersa e parte sommersa rimanga sempre la stessa, e questo non possiamo saperlo.

Se aggiungiamo ai contagi attuali anche gli ex-contagi, quelli che non lo sono più, sia per motivi positivi (sono guariti), sia negativi (sono deceduti), si arriva al numero dei contagi totali, oggi quasi 60 mila. All’inizio dell’epidemia i due numeri quasi coincidono, e spesso vengono confusi. Man mano che si va avanti, si distanziano sempre più, perché aumentano sia i guariti che i deceduti. Importante: la “curva” dei contagi totali non può scendere, ma solo aumentare. Non avrà un picco, ma ad un certo punto tenderà ad appiattirsi, perché non crescerà più.

Importante: i numeri che ho riportato sono numeri “cumulati”, indicano cioè quanti casi dall’inizio dell’epidemia sono stati contati. Il 20 febbraio in Italia c’erano solo 4 casi di contagi “attuali”, in poco più di un mese siamo arrivati a 50 mila, perché ogni giorno se ne aggiungevano una certa quantità, mentre se ne toglievano altri per guarigione o morte. In questa curva, tratta dalla previsione ufficiale sulla diffusione del virus fatta dal Governo (nella relazione tecnica del terzo decreto sull’emergenza) il numero che viene utilizzato per formare quelle barrette verticali, è proprio quello dei contagi che crescono giorno per giorno. Quando è stata fatta questa previsione, i dati “veri” osservati arrivavano fino all’8 marzo (le barrette celesti), e si è previsto che il massimo sarebbe stato raggiunto intorno al 18 marzo, con circa 4300 contagi.
Nella realtà, il massimo è stato registrato con un aumento di 4.821 contagi il 21 marzo, seguito da un successivo aumento di soli 3.957 il giorno dopo, che ha suscitato diffuse speranze, ma che necessita di solide conferme. Dopo il massimo, per definizione, il numero giornaliero dei nuovi contagi andrebbe a diminuire, fino quasi ad azzerarsi: così almeno è avvenuto in Cina, dopo almeno 40 giorni. Non si azzererà, ovviamente, il numero cumulato dei contagi (che corrisponde all’area che sta sotto la campana).