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n. 11834   lettori al   13.06.24
Nelle ricerche Istat sul ciclo di vita, l'ultima fase non è prevista?
22-07-2023
In questi giorni mi sto dannando a cercare le informazioni sugli anziani che l’Istat produce, ma accuratamente nasconde nelle profondità del suo sito.
Fra queste, ho casualmente scoperto ieri l’indagine Famiglie, reti familiari, percorsi lavorativi e di vita, riferita al 2016 (6 anni fa) e pubblicata solo qualche mese fa, nel 2022. Non è un’indagine sugli anziani, ma sul ciclo di vita delle persone e delle famiglie, e siccome la vecchiaia fa parte del ciclo di vita, qualche informazione doveva per forza esserci. Queste le spigolature che ho raccolto, e un mio commento finale.

Pag.7 L’Italia a più riprese ha registrato il primato di paese con il più alto indice di vecchiaia del mondo: al 1° gennaio 2020 nella popolazione residente si contano 179,4 persone di 65 anni e oltre ogni 100 giovani con meno di 15 anni; in ambito europeo seguono a debita distanza, secondo i dati più recenti (1° gennaio 2019), il Portogallo (163,2) e la Germania (158,8), mentre la media Ue27 è pari 136,0… Pag. 8 Questa misura (già salita a 182,6 nel gennaio 2021) rappresenta il “debito demografico” nei confronti delle generazioni future, soprattutto in termini di previdenza, spesa sanitaria e assistenza.

Pag.14 Lo spostamento in avanti delle fasi della vita riguarda anche la transizione allo stato anziano. Essere giovani, adulti o anziani non risponde più soltanto a fattori di ordine biologico e anagrafico; vi è, anzi, una progressiva crescita della distanza tra l’età anagrafica, la sua rappresentazione sociale e la percezione che ne hanno gli individui. I tempi e i modi con cui si passa dall’età giovanile a quella adulta e da questa all’età anziana dipendono, da un lato, dalle condizioni economiche e dagli stili di vita e, più in generale, dal capitale umano degli individui; dall’altro, dal contesto istituzionale e sociale in cui i membri di ogni generazione reinterpretano i propri percorsi di vita. I cambiamenti demografici e sociali in atto impattano su tutte le dimensioni di rilievo delle dinamiche familiari, modificando l’ampiezza e la consistenza delle reti informali e hanno il doppio effetto di aumentare la platea di persone potenzialmente richiedenti aiuto e allo stesso tempo capaci di fornire cure.

Pag. 15. Tra gli anziani diminuisce la proporzione di vedovi e aumentano i coniugati. Considerando la popolazione di 65 anni e più spicca la forte differenza di genere, in particolare, nella proporzione di coniugati/e rispetto a quella di vedovi/e. Mentre (gli uomini) coniugati aumentano leggermente partendo da livelli percentuali già molto elevati (da 77,2 per cento del 1991 a 79,2 per cento del 2020), le (donne) coniugate passano dal 37,4 per cento al 49,1 per cento. Se al censimento del 1991, nella classe di età 65 anni e più, era prevalente la quota di donne vedove rispetto a quelle coniugate (il 50,5 per cento contro il 37,4 per cento), al 1° gennaio 2021 le coniugate superano le vedove (40,4 per cento), grazie ai guadagni di sopravvivenza specialmente degli uomini.
… Ma la tipologia familiare che ha visto l’aumento più sostanzioso sono le persone sole che hanno superato un terzo delle famiglie totali. Queste micro-famiglie caratterizzano soprattutto le età anziane e contribuiscono da una parte all’abbassamento del numero medio dei componenti familiari e dall’altra all’aumento del numero assoluto di famiglie.

Pag.17. Rispetto al passato sono palesi gli effetti delle trasformazioni demografiche: il numero medio di parenti stretti (fratelli, sorelle, figli, nipoti, genitori e nonni) si contrae per le classi di età più anziane. Il minor numero di figli e nipoti, effetto della prolungata bassa fecondità negli anni, non è compensato dalla presenza di collaterali e ascendenti (fratelli, sorelle e genitori) a causa dell’età elevata. Di contro, per i più giovani, la maggiore percentuale di individui con nonni viventi porta a un numero medio di parenti stretti maggiore nel 2016 rispetto al passato, per effetto dell’aumento della speranza di vita alle età avanzate.

Pag. 31. L’età media a cui si diventa nonni è 54,4 anni. Al crescere dell’età aumenta la quota di nonni, così come il numero medio di nipoti: tra chi ha 80 anni o più il 72,8 per cento ha nipoti, in media 3,9. La quasi totalità dei nonni non abita insieme ai propri nipoti (96,8 per cento) e la quota aumenta all’aumentare dell’età. Tra i più giovani (fino a 59 anni) solo 1 su 10 abita insieme ad almeno un nipote, per ridursi a meno del 2 per cento tra i più anziani (80 e più).

Pag.33 Rispetto ai contatti con l’unico nipote o con il nipote che vive più vicino, la frequenza delle visite è decisamente assidua: il 76,3 per cento dei nonni vede il nipote almeno una volta a settimana. Più i nonni sono giovani più questa quota aumenta: tra i 60-69enni oltre l’80 per cento ha una frequenza di visita almeno settimanale.
Al crescere dell’età decrescono sensibilmente le persone che dichiarano di poter contare su figure parentali e amicali, mentre la rete di vicinato rimane pressoché stabile.

Pag. 37. Determinante nelle relazioni amicali è l’età. Più si è giovani, più si fa affidamento su questa rete, che si ridimensiona al crescere dell’età: dichiara di poter contare sugli amici in caso di bisogno l’83,5 per cento delle persone tra 18 e 24 anni, il 75,7 per cento tra 25 e 34 anni, il 70,4 per cento tra 35 e 44 anni, fino ad arrivare al 43,0 per cento degli over 65enni. Per gli anziani l’assottigliamento di questa rete ha una duplice interpretazione: la più probabile perdita dei coetanei e una minore propensione alla socialità, legata a diverse difficoltà proprie dell’età avanzata

Pag.39 Gli aiuti dati e ricevuti sono fortemente legati ai fenomeni demografici: da una parte l’invecchiamento della popolazione fa aumentare il bacino di persone che hanno bisogno di assistenza, soprattutto i “grandi anziani” (80 anni e più), dall’altra, fa sì che più persone, i “giovani anziani” (65-79 anni), siano più di frequente nella condizione di fornire aiuti.

Pag.41 Il primo elemento che contraddistingue i caregiver (persone che hanno prestato aiuto a non coabitanti) è il genere: nel complesso, sono più donne che uomini a prestare aiuto, il 38,2 per cento rispetto al 33,0 per cento. Il secondo elemento è l’età: i caregiver aumentano al crescere dell’età – per raggiungere il massimo tra i 55 e i 64 anni (44,1 per cento)

Pag.42 l’assistenza ai bambini raggiunge il picco tra i caregiver di 65-74 anni (45,3 per cento). L’accudimento degli adulti vede, invece, un coinvolgimento più alto da parte dei caregiver di 45-64 anni; sono più donne che uomini a essere interessate (un terzo contro poco più di un quinto).

Pag.43 Tra i destinatari degli aiuti informali bisogna annoverare innanzitutto i genitori. Nel 2016, il 21,9 per cento dei caregiver di 18 anni e più ha fornito aiuto alla madre. L’11,3 per cento, invece, ha prestato aiuto al padre. Tra i 35 e i 54 anni le quote salgono al 33,4 per cento quando il destinatario dell’aiuto è la madre, al 19,9 per cento quando è il padre, dal momento che è più probabile in questa fase del ciclo di vita avere genitori anziani o bisognosi di aiuto.
Un discorso a parte meritano i suoceri; appaiono residuali le quote di coloro che prestano loro aiuto: appena il 3,5 per cento dei caregiver nei confronti del suocero e solamente il 6,0 per cento dei caregiver verso la suocera.

Pag.45 Nel 2016 poco più di 4 milioni 300 mila famiglie, pari al 16,8 per cento del totale, hanno ricevuto nelle quattro settimane precedenti l’intervista almeno un aiuto gratuito da parte di persone non conviventi. Nelle famiglie in cui il capofamiglia ha meno di 45 anni oppure più di 74 anni, la quota di famiglie aiutate supera ampiamente il 20 per cento. Le famiglie in cui il capofamiglia è una donna sono più aiutate di quelle in cui il capofamiglia è un uomo (il 19,3 per cento contro il 15,8 per cento). Oltretutto, se il capofamiglia donna ha più di 74 anni, la percentuale di famiglie aiutate sale al 26,5 per cento (contro il 19,6 per cento con capofamiglia uomo)

Queste infine le conclusioni dell’Istat a pag.100

Si deve agire innanzitutto investendo nel capitale umano delle nuove generazioni e restituendo loro fiducia nel futuro. Allo stesso tempo si deve valorizzare il contributo al benessere individuale e collettivo del crescente patrimonio demografico costituito dagli anni da vivere liberi dal lavoro, di cui la popolazione anziana, sempre più “giovane”, può godere. Promuovere la conoscenza e l’adozione di stili di vita salutari fin da giovani, così come incentivare e sostenere la partecipazione sociale e culturale anche nelle età più avanzate, consente di spostare sempre più avanti il momento a partire dal quale si perde la buona salute e si restringe l’orizzonte sociale della vita.

Tre delle categorie interessate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè il sostegno ai giovani per uscire dalla famiglia di origine, il sostegno alle coppie con figli per conciliare lavoro e cura dei bambini e le misure che dovrebbero favorire l’inserimento lavorativo delle donne, colgono le criticità di questi particolari soggetti, così come evidenziato, nelle analisi qui sviluppate; queste politiche possono essere un punto di partenza per attenuare, nel medio e lungo termine, la fragilità dei soggetti sociali in questione.

Commento mio: “viva l’invecchiamento attivo”: d’accordo, ci dite che gli anziani sono un costo, ed è vero, ma che possono “riscattarsi” facendo i caregiver, forse anche nel loro interesse. Ma non illudiamoci che - con questo - cancelliamo le fragilità che affliggono, cari signori, non solo i giovani e le donne in cerca di lavoro, ma anche le anziane (parlo al femminile perché le donne sono la maggioranza di questa età), non più autosufficienti, fragili, bisognose di ricevere cure e non solo di darne.
Chissà perché, in questa indagine sul ciclo di vita delle persone, l’ultima fase non è prevista.