IL FILO ROSSO DEL PREGIUDIZIO. L'antisemitismo italiano dal 1982 ad oggi
di Letizia Basili---09-10-2026
La storia non è un insieme di compartimenti stagni: gli eventi del presente affondano quasi sempre le proprie radici nelle complicità e nelle viltà del passato.

L’attacco terroristico palestinese del 9 ottobre 1982, al Tempio Maggiore di Roma, non è stato un fulmine a ciel sereno, ma l'inevitabile punto d'arrivo di una scientifica campagna d'odio.
Le schegge che quel giorno hanno colpito decine di innocenti e spezzato la vita di un bambino di soli due anni, Stefano Gaj Tachè, sono state forgiate nei mesi precedenti all'interno di un dibattito pubblico italiano intossicato da un antisemitismo sdoganatosi sotto la comoda ed ipocrita etichetta dell'antisionismo.

La spia rossa si accende il 25 giugno 1982. A Roma, un imponente corteo sindacale guidato dalla FLM e sostenuto con forza militante dalla CGIL e dal Partito Comunista Italiano sfila per il centro della Capitale. Ma la legittima critica geopolitica si trasforma rapidamente in qualcos’altro.
I manifestanti deviano dal percorso e mettono in atto una oscena quanto intollerante provocazione: depositano una bara vuota coperta di drappi neri sui gradini della Sinagoga, sotto la lapide che commemora la deportazione degli ebrei romani nei lager nazisti.

Un insulto infame. I manifestanti non stavano protestando per la pace: stavano indicando un bersaglio.

La responsabilità della piazza fu armata e legittimata, giorno dopo giorno, dall'inchiostro dei principali organi di stampa della sinistra intellettuale. Quotidiani come L'Unità e Il Manifesto si resero protagonisti di una martellante campagna di demonizzazione. Il leader sindacale della CGIL, Luciano Lama minimizzò e giustificò tale atto parlando “di reazione emotiva” per quel che stava accadendo in Libano.

Il culmine della vergogna istituzionale e politica fu toccato a metà settembre, con la scandalosa accoglienza riservata a Roma al leader dell'OLP Yasser Arafat. Un terrorista con le mani sporche di sangue ricevuto con i massimi onori istituzionali, trattato alla stregua di un eroe e di un capo di Stato.
Fu un segnale devastante di cecità e complicità morale: mentre i leader politici offrivano una cattedra e applausi a chi teorizzava il sangue dei civili, i militanti nelle piazze celebravano il culto del 'combattente', abbandonando la comunità ebraica italiana a uno stato di totale vulnerabilità ed isolamento.

Questo colpevole abbandono ha spianato la strada al commando palestinese del Consiglio rivoluzionario di al-Fatah (struttura di lotta armata creata da Arafat nel 1959 ).

La mattina del 9 ottobre 1982, alle 11:55, mentre le famiglie uscivano dal Tempio Maggiore dopo aver celebrato la benedizione dei bambini per la festa di Shemini Atzeret, quel clima d'odio ha presentato il conto.
Armi automatiche e bombe a mano contro i passeggini.
Il bilancio parla di oltre 37 feriti e del martirio di Stefano Gaj Taché, ucciso a 2 anni dalle schegge di una granata.

Quella bara vuota posizionata tre mesi prima dai manifestanti sul Lungotevere, in quel tragico sabato mattina aveva finalmente trovato il corpo di un bambino ebreo con cui essere riempita.

Ma la verità più tragica è che quella del 1982 non è una storia confinata al secolo scorso: è lo specchio deformante del nostro presente. I responsabili morali di allora sono gli stessi di oggi.

Il cortocircuito ideologico che armò la mano dei terroristi palestinesi quarantaquattro anni fa è lo stesso che, all'indomani del drammatico 7 ottobre 2023, ha spazzato via ogni forma di solidarietà per le vittime del più grande pogrom del nostro secolo.

Davanti al massacro sadico e feroce, di oltre mille civili innocenti da parte dei terroristi di Hamas, la reazione di ampi settori della sinistra, dei movimenti studenteschi e dei sindacati non è stata la pietà, ma l'immediata giustificazione.

Ieri come oggi, il terrorismo viene coccolato, compreso e persino glorificato nelle piazze 'pro-pal', dove i macellai di Hamas ed Hezbollah vengono trattati da 'resistenti', esattamente come accaduto con Arafat nel 1982.

La linea di continuità è assoluta: c'è lo stesso ribaltamento sistematico della realtà, la stessa demonizzazione mediatica che trasforma lo Stato ebraico nel male assoluto del pianeta, e la stessa formula dell'antisionismo (o l’anti Netanyahu) usata come scudo legale per sdoganare i peggiori deliri antisemiti. I giornali d'area, i media continuano a spargere lo stesso veleno di allora, e il risultato è un isolamento sociale spaventoso e una nuova, devastante ondata d'odio contro i cittadini ebrei.

I dati dell'Osservatorio del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) parlano chiaro: l'esplosione esponenziale degli episodi di antisemitismo e delle aggressioni fisiche in Italia ci ricorda che quell’odio non era mai svanito.

I terroristi premono il grilletto; ma a caricare quelle armi — ieri nel 1982, oggi nel presente — con il cinismo dell'indifferenza, la complicità della propaganda e il fanatismo della piazza, è una parte d'Italia che non ha mai smesso di indicare agli assassini dove si trova la porta della Sinagoga.

Eppure, anche di fronte a questo persistente tribunale dell'odio, la storia ha già emesso il suo verdetto definitivo. Coloro che ieri riempivano le piazze di livore e, che oggi continuano a farlo, dimenticano una verità millenaria: l'ebraismo non si misura sulla base dei propri persecutori.

Da oltre duemila anni, imperi, regimi, inquisizioni e movimenti ideologici hanno tentato di isolare, disumanizzare e cancellare il popolo ebraico dalla faccia della terra. Hanno sfilato con bare vuote, hanno edificato i cancelli di Auschwitz, hanno armato i commando sui Lungotevere e i tagliagole nei kibbutz. Ma mentre i nomi di quegli imperi oggi si studiano solo sui libri di storia e quelle ideologie mostrano regolarmente il loro fallimento morale, la comunità ebraica è ancora qui.

Il Tempio Maggiore di Roma è aperto, vivo, fiero della sua identità, e continua a benedire i suoi bambini. Quella Sinagoga è il monumento vivente a una promessa antica e indistruttibile: nonostante tutto, nonostante tutti, Am Yisrael Chai – il popolo d'Israele vive, e ne uscirà ancora una volta, e per sempre, più forte di prima.