Una scheda del prof. Enrico Campelli sulle elezioni israeliane
di Alberto Galanti---22-10-2026
Sono uno dei destinatari delle quotidiane comunicazioni che il Prof. Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università di Roma 'La Sapienza', gentilmente ci invia su nostra richiesta. Oggi ce n'è una che ritengo particolarmente utile: è una scheda riepilogativa dei partiti politici israeliani che si presentano alle elezioni il prossimo martedì 27 ottobre. La inoltro per chi ha tempo e voglia di saperne di più:

Le elezioni per la 26a Knesset si terranno il 27 ottobre. La Knesset si è formalmente sciolta il 17 luglio 2026, e il sistema è un proporzionale con collegio unico nazionale ed una soglia del 3,25%, pari a quattro seggi.

Il blocco delle destre comprende Likud, Shas, UTJ, Sionismo Religioso-Zehut, Otzma Yehudit e Amcha Israel. Il Likud resta il perno, ma il voto è in larga misura un referendum su Netanyahu, e la formazione del governo dipende dalla capacità del blocco di destra di arrivare a 61 seggi. Due elementi di fragilità meritano attenzione. Il primo riguarda il fronte ultraortodosso. UTJ è divisa al proprio interno sulla scelta tra restare con Netanyahu, che non ha approvato la legge promessa sull’esenzione dalla leva, e giocare da ago della bilancia in una coalizione alternativa. Deri ha inoltre dichiarato che, come UTJ, Shas non entrerà nel prossimo governo senza una legge sull’esenzione. Il secondo elemento riguarda invece la destra radicale. Smotrich e Ben Gvir stavolta corrono separati, e Otzma Yehudit (di Ben Gvir) è ormai la più forte delle due liste, mentre Sionismo Religioso-Zehut oscilla tra 5 e 6 seggi e rischia di finire sotto soglia in caso di alta affluenza. C’è infine il caso dell’ex generale Ofer Winter. Il suo partito Amcha Israel (partito di destra iper radicale ma contrario all'esenzione ultraortodossa) resta intorno o sotto la soglia nella maggior parte dei sondaggi ed è oggetto di pressioni del blocco di Netanyahu, che teme la dispersione di voti a destra, perché si ritiri.

L’opposizione sionista comprende Yashar, Beyachad, Yisrael Beytenu e The Democrats. Yashar, il partito di Eisenkot (che molti danno come primo partito), si colloca al centro: chiede una commissione di inchiesta per il 7 ottobre, un giudiziario indipendente, esclude uno Stato palestinese nel futuro prossimo, ma si oppone a politiche che porterebbero al collasso dell’ANP o al governo israeliano su milioni di palestinesi. Beyachad è la lista comune di Bennett (più a destra) e Lapid (centrista). Nonostante l’entusiasmo iniziale per la fusione, Yashar l’ha superata come primo partito d’opposizione. Yisrael Beytenu di Liberman mantiene un profilo di destra radicale laica e rigorosamente anti-ortodossa, con un bacino elettorale prevalentemente russofono. I Democrats di Golan, nati dalla fusione tra Labour e Meretz, sono l’unico partito a maggioranza ebraica della sinistra a parlare apertamente della questione israelo-palestinese, inclusa la separazione territoriale.

I partiti arabi sono invece composti dalla Joint List (Hadash, Ta’al, Balad), che non partecipa per principio alle coalizioni. Il leader Jabareen ha però indicato la disponibilità a sostenere dall’esterno un governo non guidato da Netanyahu. Ra’am di Mansour Abbas (partito socialmente conservatore ed islamista) ha candidato al secondo posto l’ebreo Yoav Segalovitz e si propone come partner per un governo d’opposizione guidato da Eisenkot, ma la maggior parte dei partiti ebraici d’opposizione ha escluso questa ipotesi o ha evitato di pronunciarsi. Sul piano giuridico-costituzionale, va segnalato che la Corte Suprema ha annullato le decisioni della Commissione elettorale centrale che escludevano Ra’am e la Joint List. Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, si è invece ritirato prima della pronuncia.

Il terzo polo vede invece Reservists-Economy, la lista di Hendel e Zelekha, che rifiuta di governare con partiti non sionisti, arabi o haredi, e propone un grande governo di unità tra sinistra e destra sionista.


Marco Porcio Catone, uomo politico dell'antica Roma repubblicana, chiudeva ogni suo discorso in Senato affermando che Cartagine dovesse essere distrutta perché era un pericolo per Roma.
Io, parafrasandolo, concluderò questo testo così:

«Ceterum censeo Hamas esse delendam»